Nello spettacolo del romanzo le majors puntano sui giovani

Dopo anni di buio assoluto, questo 2011 ci ha riservato delle autentiche rivelazioni per i tanti scrittori, giovani o meno giovani, che hanno esordito o fatto il grande salto con le «major» dell’editoria.
Tra gli ultimi esempi, quello che è uno tra i romanzi italiani migliori degli ultimi anni, se non il migliore: Il demone a Beslan di Andrea Tarabbia (Mondadori), che si ispira alla strage compiuta da un gruppo di separatisti ceceni con il sequestro di 1200 persone e oltre 300 vittime. Un romanzo, già recensito su queste pagine, che meriterebbe ogni giorno un articolo in cultura per la straordinaria capacità dell’autore, classe 1978, di raccontarci attraverso la voce del protagonista, l’unico terrorista scampato alla carneficina, l’intensità del Male come «deserto dell’animo».
Se potessimo dare un Premio come rivelazione dell’anno, lo consegneremmo a Paolo Sortino che, con il suo Elisabeth (Einaudi), è riuscito nell’impresa di raccontarci gli abissi della mente umana con una scrittura ipnotica. Anche Sortino, nato nel 1982 a Roma, parte dalla realtà per raccontarci l’amore e la follia dei nostri tempi (im)mediati. Partendo dalla nota vicenda di Elisabeth Fritzl, la ragazza austriaca segregata per 24 anni nel bunker antiatomico costruito sotto casa dal padre, violentata migliaia di volte dal genitore e per lui madre di 7 figli, Sortino riesce a farci entrare nella mente dei protagonisti in un romanzo che non cede mai alla morbosità da La vita in diretta di una società dove tutto ormai più che vero è Verissimo. Finalmente la realtà non è relegata (e rilegata) più in romanzetti ombelicali, ma elaborata per avvicinarsi a una letteratura non di impegno, ma civile.
È lo stesso principio da cui parte anche Paolo di Paolo che con il suo Dove eravate tutti (Feltrinelli), malgrado la giovanissima età (classe 1983), dimostra di confermare tutte le proprie qualità: da anni è tra le figure più vivaci della cultura italiana, curatore di numerose iniziative editoriali oltre che apprezzato autore teatrale e televisivo. Di Paolo si chiede «Dove eravate tutti. Dov’erano i padri, soprattutto. Dentro il declino civile di un paese, così risuona l’essere giovani contro l’età adulta, contro l’assenza, contro il silenzio». Racconta la deriva non solo esistenziale degli ultimi decenni, trovando quasi come unico colpevole un Berlusconi mai apertamente nominato. Una visione forse ristretta della realtà, che rischia di ridurre un ottimo romanzo a un’invettiva ad personam. Se riuscite ad andare oltre è un gran libro. Va a fare compagnia, in Feltrinelli, al celebrato (e venduto) esordio risorgimentale di Alessandro Mari, autore di Troppa umana speranza.
Altro esordio notevole è Esche vive di Fabio Genovesi: già autore nel 2008 di Versilia Rock City (Transeuropa), feroce romanzo sulla Forte dei Marmi dell’abuso edilizio e dell’inquinamento ambientale dovuti a usi e costumi dei ricconi russi. Genovesi, nato proprio al Forte nel 1984, fa il grande salto a Mondadori. Esche vive è insieme più caustico e raffinato. Si racconta della vita delle province toscane, sospese fra la tradizione anarchica e un’americanizzazione che davvero, come aveva intuito Luciano Bianciardi 50 anni fa, sta trasformando ogni città in una piccola «Kansas City». Insegne di vite al neon che rischiano di perdersi in un hinterland spietato come il più desolato Far West.
Tra i debuttanti, tutt’altro che allo sbaraglio ma al contempo lontani dai furbetti dell’inchiostro, sono anche Viola Di Grado con Settanta acrilico trenta lana (Edizioni E/o), un romanzo che colpisce per una scrittura che ricorda la forza narrativa del Kitano di Dolls immersa in una vasca di acqua gelata di poesia alla Björk, ma soprattutto Mariapia Veladiano che con La vita accanto (Einaudi, finalista al Premio Strega) firma un romanzo raffinato e popolare. La storia potrebbe ricordare La bruttina stagionata di Carmen Convito, ma qui siamo ai livelli di una Agota Kristof o di una Magda Szabò.
Anche nella saggistica qualcosa si muove. Notevole è l’esordio in questo campo della narratrice Federica Sgaggio: suo è Il paese dei buoni e dei cattivi (minimum fax). L’analisi oggettiva di come «giornalisti come Santoro o Saviano sono diventati dei brand», di una «politica ridotta a uno status di Facebook» e di come «la soap-opera della cronaca nera serve a farci sentire innocenti». Un libro ben lontano dai troppi emuli nostrani del qualunquismo liquido alla Zygmunt Bauman.