Nelo Risi e la scettica adesione alla vita

Leggendo o rileggendo l’opera di Nelo Risi oggi, a oltre mezzo secolo dai felici esordi (opera riunita in Di certe cose (poesie 1953-2003), Oscar Mondadori, pagg. 455, euro 12,80), si ridelinea il profilo di un autore complesso, instabile, inquieto dove precipitano, si coagulano e acquistano nuovi slanci istanze, affanni, strade della poesia novecentesca, già post-novecentesca. È stato definito, certo con ottime ragioni, poeta civile, annoverato tra gli eredi più abilitati ed estremi di uno spirito critico che si usa far esplodere con il Parini e le cui radici, forse, vanno rintracciate ancora più indietro nel tempo. Lo ha accompagnato una profonda, viscerale avversione alla retorica, ai toni alti.
Eppure, Risi rimane distante dalle pronunce sussurrate o lievi: la sua è una sottigliezza tagliente, ossessiva e mai tenue, estenuata. L’impressione globale è che i suoi versi siano guidati da una sorta di attivismo, quasi di interventismo nei confronti della realtà. Che la parola intenda, seguendo un «inconscio» comune alla grande poesia contemporanea, a farsi gesto, azione. Perché (questo l’assunto di fondo) la letteratura non basta a se stessa e mira a diventare altro, a scaricarsi in un «fare» etico, a incontrare la politica. Ma, perseguendo in questa tensione a entrare nel mondo, rimarrà perennemente frustrata, attraversata da slanci irrealizzabili. Da qui, nasce uno spettro di sensazioni che variano tra il disagio, l’impotenza, il disinganno radicale, l’insofferenza. E una ironia che non raggiunge la deformazione comica né il distacco contemplativo.
Per questo in Risi domina, a volte sottotraccia, una vena di risentimento diffuso che possiamo definire strutturale, fondativo del rapporto tra scrittura e vita. Culminante in memorabili puntate di astio, di livorosità istantanea che si verbalizzano in brevissime sentenze, apologhi, frammenti di sapienza spesso amarissima, lampi di acume percettivo dove si svela, a partire da un dettaglio, tutto lo squallore di una vita rispetto alla quale la poesia rappresenterà sempre una istanza subordinata, minore. E nessun investimento di senso, nessuna forma sarà mai in grado di scalfirla, modificarla, deviarla: l’esistere rimane lì, intoccabile, probabilmente insalvabile. In tutte le sue brutture ma anche nelle eventuali, rare, stupefacenti gioie. Per questo, le poesie dello sfiduciato, scettico Nelo Risi rappresentano prove altissime e disincantate di una non cercata adesione alla vita. E la razionalità del moralista riesce a coniugarsi con la meraviglia ingenua e quasi infantile di chi guarda il mondo e riscopre, sempre di nuovo, che quel mondo esiste.
Nelo Risi sa, dunque, raccontare in tutte le sue variazioni il più elementare, povero, originario dei gesti. Nessun dubbio: è un grande.