IL NEMICO Di Pietro, l’alleato diventato avvoltoio

Di Pietro inevitabilmente canta vittoria e si mangia i brani del malato come se fosse già morto. Era ovvio che finisse così e confesso di aver dimenticato questo dettaglio fra le colpe di Veltroni nella lettera che gli ho scritto qui sul Giornale alcuni giorni fa.
La colpa di Veltroni è stata quella di imbarcare una forza certamente non democratica, certamente non di sinistra ma anzi sostanzialmente e rozzamente reazionaria, come l’Italia dei Valori di Di Pietro. Verrebbe da dirgli: te la sei voluta? Adesso goditela, anzi goditelo. Provo anche a mettermi nei panni di Di Pietro e devo dire che quel che lui sta facendo non sorprende e inoltre non viola affatto la logica. Ci sono nella savana delle bestie feroci che attaccano in branco gli animali feriti: si tratta dei licaoni, un po’ lupi e un po’ iene, ma non sono esattamente sciacalli o avvoltoi che si presentano soltanto quando una carogna giace inanimata. I licaoni sono specialisti nel divorare un animale ancora vivo e in fuga da panico in grande difficoltà. Lo assaltano dall’intestino e glielo sfilano, poi lo fanno cadere e lo azzannano alla gola, quindi lo divorano mentre quello ancora palpita.
È quanto sta accadendo al partito Democratico se sono veri, e non dubitiamo che lo siano, i sondaggi pubblicati dall’Unità poi commentati da Di Pietro sul Riformista. Dicono questi sondaggi che il partito di Di Pietro oggi vale più della metà di quello che fu un tempo il partito Comunista con l’innesto poi di Margherita e altri accessori. In numeri, il Pd viene dato al 22 per cento e l’Idv al 14 per cento. Il che significa che il licaone Idv si sta mangiando il partito Democratico mentre quello corre nella savana, sfiancato, sanguinante, ma ancora con un cuore battente.
Di Pietro naturalmente è contento. Ha usato il partito di Veltroni come un taxi per sbarcare in Parlamento e una volta insediato ha usato l’unica tattica che un buon licaone sa usare: sfiancare la bestia e azzannarla quando è morente.
Io sono testimone come tutti coloro che seguono i lavori parlamentari del fatto che Di Pietro ha avuto prateria libera dal partito Democratico. La prateria dell’opposizione non è presidiata da nessun altro che da Di Pietro e questo accade perché Veltroni, dopo aver imbarcato l’ex procuratore più famoso d’Italia, ne ha perso il controllo e lo ha lasciato libero di occupare tutto lo spazio che lui non può occupare perché è ingessato in una opposizione che non segue un progetto, non segue una politica e per di più si oppone poco, giusto il minimo, per la faccia.
Di Pietro è magari un rozzo, ma di cervello fino e ha imparato bene che la politica è un gioco in cui valgono alcune leggi fisiche: i vuoti – per esempio - si riempiono e non si possono lasciare posti vacanti, specialmente in un Parlamento in cui non sono rappresentati otto milioni di elettori i cui partiti non ce l’hanno fatta.
E quella lezione ha ingrassato l’Italia dei Valori che però ha sfruttato la situazione che ha trovato e si è comportata come il licaone della savana: anziché tentare di divorare il governo, una bestia troppo grossa e potente, ha attaccato il benefattore e gli ha rubato la parola, le piazze, la presenza televisiva, persino lo spazio su internet dove Di Pietro è molto presente e moderno, malgrado l’aria contadina che gli piace mantenere.
Ma i risultati che ha sfornato proprio l’Unità della coraggiosa, va detto, Concita De Gregorio, sono paralizzanti: un Pd che scende in picchiata verso la fatale quota 20, anche se mancano ancora due punti percentuali, con un Idv che lancia un’Opa ostile all’elettorato della sinistra che una volta si chiamava girotondina e che oggi si rifà alle posizioni di Micromega di Paolo Flores d’Arcais, Camilleri e Travaglio. La fine sembrerebbe nota: di questo passo assisteremo ad uno svuotamento dell’un partito e a un ingrassamento dell’altro, fino ad arrivare al pareggio intorno al 18 per cento, se non al sorpasso, in un tempo storicamente fulmineo. Questa mattina il Pd ha riunito i suoi stati generali alla Fiera di Roma e lì si consumerà la tragedia greca del trapasso di segreteria, ma difficilmente uscirà una nuova identità politica. E anzi, sicuramente nel Pd si vanno rafforzando le correnti di coloro che, per resistere a Di Pietro vorrebbero strappargli l’esclusiva dell’opposizione radicale e di pancia, per usarla loro e resistere cioè a Di Pietro non creando un nuovo sistema di valori, ma cercando di cooptare quello del licaone.
Ciò è molto preoccupante e mostra una democrazia con forti segni di sofferenza proprio per una questione di rappresentanze ammutite ed altre urlate. Se il sondaggio dell’Unità dice il vero, lo stato di disperazione e disagio dell’elettorato della sinistra è gravissimo proprio perché privo di risposta politica. Questa è anche la posta in gioco cui si trovano di fronte Franceschini e Parisi, i due concorrenti alla segreteria, due non comunisti, ma per ora privi di una connotazione politica capace di contrastare il rude Di Pietro, questo licaone certamente non turbato da sentimenti di riconoscenza. Ma in politica la riconoscenza non è una merce nota, e anche questo Veltroni dovrebbe saperlo.