Nemov, zar rivoluzionario che ha cambiato la ginnastica mondiale

Chissà mai se Giulio Verne avrebbe immaginato il suo capitano polacco trasformato in russo, cittadino di Togliattigrad, rivoluzionario a modo suo? Capitan Nemo è diventato capitan Nemov. L’uomo che, in questo decennio, ha spinto lo sport ad una rivoluzione. Quel giorno nell’estate di Atene, quel fenomenale ginnasta dagli occhi chiari e la faccia simpatica, un sex symbol dicevano le ragazze d’allora, che poi erano appena sei anni fa, trascinò tutti alla battaglia. Battaglia contro giudici dagli occhi storti. Un esercizio da grande artista, fiato tirato ad attendere il voto. Poi la delusione. Ed allora Alexei Nemov fu il “capitano mio capitano” di quella gente nel palazzo di Atene, anno 2004, giochi Olimpici dove le medaglie valgono una vita. Volarono fischi ed insulti, pollici giù e mugugni. Gara sospesa per 15 minuti. Troppo striminzito il voto (9.725), il tanto per lasciarlo fuori dal podio. La folla eruttò, i giudici rivisitarono la decisione e aggiustarono il punteggio (9.762), non abbastanza per portarlo al podio. La folla continuò e il capitano cercò di placarla. Levò le mani come un papa, un capo indiano. Basta: smettiamola qui! Ormai non c’è rimedio.
Lo zar della ginnastica si inchinò ad una decisione ingiusta e la folla si placò. Mai la solennità dei Giochi fu tanto insolentita dalle tribune. Parlavano per tutti, e per Alexei Yurievich Nemov, la corona di medaglie vinte tra olimpiadi e campionati del mondo: 12 ai giochi tra Atlanta ‘96 e Sidney 2000 (4 d’oro), fu l’atleta che vinse il maggior numero di medaglie (6) per ciascuna edizione. Un altro carico di podi mondiali (5 d’oro). Curriculum da guinness. Quello scandalo segnò la rivoluzione dei giudizi nella ginnastica. Furono rivisitati i sistemi di voto, che presero assetto definitivo nel 2006. Nello sport gestito dagli uomini (ginnastica, tuffi, boxe) ogni ammissione d’errore fa storia, ogni rivoluzione valutativa fa epoca.
Oggi Nemov è vice presidente della federazione russa e lavora nel comitato olimpico. Si porta dietro i ricordi e lo splendore della sua consapevolezza. «Ad Atene mi sarei sentito offeso, se non avessi avuto i miei ori a ricordarmi la mia storia. Fu un momento duro, ma quella folla mi risollevò, ancor oggi ringrazierei tutti».
E Vladimir Putin lo ricevette a Mosca come un vincitore. Il comitato olimpico russo gli riconobbe 40mila dollari. I danari? Si, d’accordo, dice lui. Ma… «Fu molto più importante il riconoscimento morale. Incontrai il presidente Putin in visita privata e gliene sono stato molto grato. Sono stato orgoglioso della mia carriera. E il fattaccio di Atene ha dato un valore speciale a tutta la mia storia». Tira le somme: ogni esperienza è valsa la pena.
Nemov abita a Togliattigrad, ci è arrivato all’età di tre mesi. Dislocata nei pressi del fiume Volga, fondata nel 1737, la città venne ribattezzata nel 1964 in onore di Palmiro Togliatti, allora segretario del partito comunista. Famosa per gli impianti dell’industria automobilistica. «Producevano macchine Fiat», spiega. «Ma ci sono stati tanti problemi, le macchine non si vendono, anche se ora c’è ripresa». Dice Togliatti e sa cosa toccare della storia d’Italia. La sua storia dice invece che il padre abbandonò presto Alexei e la mamma. A 5 anni il flirt con la ginnastica. Anche se ancor oggi si diverte con calcio, hockey e prova i tuffi. «Cominciò come un gioco, saltando sui materassi». Poi divenne vita dura per un ragazzino. Entrò in un centro di addestramento e prese forma il suo stile elegante e acrobatico. A 7 anni si allenava tutti i giorni per 5 volte la settimana, a 10 anni gli allenamenti diventarono due al giorno, a 14 anni arrivò a tre volte al giorno. In Russia non scherzano. A 16 anni debuttò al mondiale. Oggi ha 34 anni, è sposato ed ha un figlio Alexei. Racconta. «Sono amico di Yuri (Chechi ndr.). Tutti i suoi figli hanno nomi russi». Conosce Igor Cassina. Altro nome russo. Scherza: «Allora io dovrei chiamarmi Mario». Dice: «Sono bravi tutti e due, ma Yuri…». Qualcosa in più. La ginnastica è vita. «E ottima base per qualunque sport».
Oggi il mondo parla di doping e business. Un affronto alla sacralità del sacrificio. «Il doping è ingiusto, niente fair play. Nella ginnastica non è necessario». Il business? «Potrebbe essere un’ottima motivazione per i giovani. Impegnarsi per i risultati, ovviamente». Il mondo cerca atleti simbolo. Lui, atleta simbolo ne tratteggia l’identikit: «Dovrebbe parlare inglese, non essere arrogante e mostrarsi molto aperto». E se ci fosse ancora Giulio Verne…