Il neo ambasciatore Usa non andrà in Armenia perché nega il genocidio

da Washington

Richard Hoagland ha perso alcune guerre, una di 90 anni fa, l’altra della scorsa settimana (ma non solo quelle) e ha firmato ieri il proprio atto di resa. L’hanno sconfitto gli armeni, i turchi, gli iracheni, i francesi più dei «distaccamenti» di orrori europei antichi e recenti. Un po’ troppi nemici per un diplomatico di carriera, che Bush aveva scelto come inviato in una capitale, Erevan, che non figura di solito fra le sedi più scottanti del complesso gioco diplomatico della Superpotenza. Ma è inciampato in un’antica tragedia, nelle sue ramificazioni moderne e anche, forse soprattutto, nella volontà del Congresso degli Stati Uniti di dare uno schiaffetto all’uomo della Casa Bianca. E ha finito così per raggiungere nei ranghi degli sconfitti il suo predecessore, che la pensava in modo opposto.
Al centro di tutto ci sono i massacri di armeni nella Turchia ottomana durante la I guerra mondiale. Centinaia di migliaia di persone, cristiani in un Paese musulmano ma in tempi in cui il fanatismo religioso era «in sonno» e soprattutto stranieri nel corpo vivo di una nazione turca che stava emergendo nell’agonia di un impero multinazionale. Stavano avanzando i russi nella regione dell’Anatolia nord-orientale dove vivevano loro da millenni, da quando l’armeno fu il primo popolo ad abbracciare la fede cristiana, precedendo l’Impero romano. Furono «evacuati per motivi di sicurezza», perché non abbracciassero gli invasori. Li mandarono via a piedi, spingendoli sempre più verso sud, le marche arabe del sultano di Costantinopoli, in quella che si trasformò ben presto in una marcia della morte, fra le esecuzioni dei guardiani e i massacri tribali dei curdi che scendevano dalle vette.
Fu, secondo alcuni, il primo genocidio del XX secolo. Lo chiamano così, in primo luogo, gli scampati e i loro connazionali, quelli che vivono nell’Armenia ex sovietica e i milioni dispersi nella diaspora in tutto il mondo, ma soprattutto in America. In Turchia è proibito usare quella parola, in altri Paesi è obbligatorio. Per esempio in Francia, dove la definizione è stata adottata ufficialmente dal governo durante la presidenza Chirac.
E ora la nuova maggioranza democratica nel Congresso degli Stati Uniti sta preparando una risoluzione che adotti la definizione francese. Un’iniziativa che ha trovato il consenso di John Evans, fino all’anno scorso ambasciatore americano in Armenia, il diplomatico che parlava appunto di «genocidio». Per questo Bush e la sua superiore diretta, Condoleezza Rice, lo hanno richiamato a Washington. Per un motivo che si chiama Realpolitik. Non c’è parola che irriti di più i turchi, che sono da decenni fra i più fedeli alleati degli Stati Uniti, ma che sono sempre più critici della politica di Bush in Irak, dove esiste una forte minoranza curda, che dopo l’intervento Usa è divenuta di fatto indipendente e costituisce così un polo di attrazione per i sentimenti separatisti di milioni di curdi nelle aree adiacenti della Turchia, quelle attraversate dagli armeni nel loro calvario di 90 anni fa e che ospitano i terroristi, dice Ankara, che da quel lato si sentiva più sicura quando a Bagdad regnava il pugno di ferro di Saddam Hussein.
La Turchia ha concentrato decine di migliaia di uomini alla frontiera irachena e il governo «islamico» e i militari «laici» fanno a gara nel minacciare un intervento, cioè un’invasione dell’Irak; complicazione particolarmente temuta da Bush, che da quelle parti ha già fin troppi problemi e si preoccupa di gettare l’acqua sui fuochi verbali.
Mr. Evans era adorato dagli armeni, ma li attizzava. Mr. Hoagland avrebbe dovuto spegnerli e per questo era stato nominato. Ma sfortunatamente per lui proprio nei giorni in cui infuria la polemica sull’Irak tra la Casa Bianca e il Congresso. I democratici, frustrati perché non riescono a far cambiare politica al presidente, si sono vendicati sull’ambasciatore designato. Così ieri Hoagland, e Bush, hanno dovuto alzare bandiera bianca.