Il neo dg impegnato a evitare l’aumento che il mercato si aspetta

Banca Mps ieri è stata il titolo peggiore di Piazza Affari. Trascinata al ribasso da Unicredit, è riuscita a fare peggio dell’istituto di Piazza Cordusio chiudendo con un calo del 14,39% a 0,197 euro, il nuovo minimo storico per il gruppo senese. Dalla «ripresina» post-aumento dello scorso luglio a quota 0,55 euro, la flessione è del 64%, ma dai massimi pre-acquisizione di Antonveneta del maggio 2007 il Monte ha lasciato per strada il 93% del suo valore.
Questi sono i due dati principali per comprendere le cause dello shock borsistico di Mps. Dopo Unicredit, è proprio la banca senese quella ad essere nel mirino dell’Eba, la Vigilanza europea che le ha chiesto di ricapitalizzarsi per 3,3 miliardi di euro. Il nuovo dg nonché ad in pectore Fabrizio Viola dovrà individuare le modalità di intervento da comunicare a Bankitalia entro il 20 gennaio. Finora Mps ha lasciato trapelare che con dismissioni (securitisation incluse) e capital management sia possibile recuperare oltre 1,7 miliardi, mentre il resto potrebbe venire dalla conversione - già prevista - dei vecchi prestiti Fresh che fanno altri 1,2 miliardi oltre agli 1,8 miliardi di Tremonti-bond ancora in pancia.
Il problema è la sfiducia del mercato: gli operatori credono che con soli 2,2 miliardi di capitalizzazione l’aumento sia inevitabile e che l’accoglienza riservata a eventuali nuovi titoli di Rocca Salimbeni sarebbe ben peggiore di quella riservata a Unicredit. Per cui la scommessa al ribasso sull’Italia e su Mps prosegue.
Il secondo nodo da sciogliere è quello della governance. L’ingresso di Viola al posto di Antonio Vigni, che sarà ratificato dal cda di giovedì, ha riaperto i giochi «politici» per il controllo dell’istituto. Il presidente Giuseppe Mussari (nella foto), potrebbe non ricandidarsi per il terzo mandato nella prossima primavera, ieri ha sottolineato che la nomina ha lo scopo di «dare una scossa al mercato» anticipando la stesura di un nuovo piano industriale che preveda economie di scala (cioè tagli del personale). Prospettiva avversata dai sindacati interni della banca, in stato di agitazione sia perché non preavvertiti sia perché contrari a manager decisionisti come Viola, già «risanatore» in Bpm e Bper.
Nell’occhio del ciclone è finito anche il presidente della Fondazione Mps, Gabriello Mancini, che per mantenere il controllo sull’istituto sopra il 50% ha indebitato l’ente che ha rinegoziato oltre un miliardo di debiti con i creditori capeggiati da Mediobanca e Credit Suisse. Il sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi (ala «sinistra» del Pd), cui spetta la nomina della maggioranza della Diputazione, vorrebbe che Mancini lasciasse il suo posto con un anno e mezzo di anticipo sulla scadenza naturale (per la successione è spuntato il nome del consigliere Piazzi vicino al sindaco). Passo indietro che Mancini non ha intenzione di fare perché finora ha rispettato il mandato assegnatogli: non perdere la presa sul Monte. Finora. Sia in caso di un aumento che a bocce ferme, Palazzo Sansedoni dovrà alienare un buon 15% delle sue quote per ripagare i debiti. Non scendendo comunque sotto il 33% e siglando un patto con altri due soci forti come Caltagirone e Mps.