Dal neolaureato al galoppino: ecco i reduci di Tangentopoli

L’ex leghista Patelli è diventato dottore con una tesi sul voto di scambio. E il "compagno G" Greganti ha aiutato Fassino in campagna elettorale

Rieccoli, vent’anni dopo. Sono le seconde file di Mani Pulite, quelli che a modo loro hanno fatto la storia, ma che pochi ricordano. Dove sono finiti i vari «Compagno G», Luca Magni, Alessandro Patelli? Oggi parlano in un libro in uscita, scritto dal giornalista Federico Ferrero: Alla fine della fiera-Tangentopoli vent'anni dopo (Add Editore). Dietro la foto simbolo di Mani Pulite, quella del cappio leghista sventolato a Montecitorio, c’è un nome che ai più non dice nulla: Luca Leoni Orsenigo. Leghista della prima ora, approda in Parlamento neppure trentenne «per caso», grazie all’omonimia con un senatore del Carroccio, Giuseppe Leoni.
Dopo due brevi legislature, a 34 anni, Leoni Orsenigo si ritira dalla politica e oggi lavora in una società immobiliare. L’episodio del cappio, 16 marzo 1993, lo ricostruisce così: «Quel giorno era prevista la replica del presidente del Consiglio Amato sulla questione morale: lo si accusava di tentare di salvare i corrotti con un decreto. Noi eravamo il gruppo di opposizione più duro. E avevamo un contendente, il Movimento sociale. Sapevamo che l’Msi avrebbe fatto qualcosa di plateale. Bisognava fare altrettanto, insomma, e ne parlammo in una riunione con il capogruppo Marco Formentini. I missini comprarono guanti e spugne e finsero di “lavare i partiti”. Presi la parola e dissi: “Formentini, ci penso Io”. Tornai a Como, ne parlai con gli attivisti locali e la cosa saltò fuori per caso. Avevo un amico alpinista: me la diede lui, l’idea del cappio. Glielo feci preparare perché non ero capace e me lo portai bello pronto a Montecitorio, chiuso in valigia».
Da un leghista a un altro. Alessandro Patelli, ex idraulico, è stato il «fido scudiero» di Bossi. Organizzava raduni, installava computer e attivava utenze nelle sedi, affittava pulmini per i padani sbarcati nella capitale. Per la causa finì in carcere. Si sacrificò e si autodefinì «pirla», citando un editoriale che gli aveva dedicato Vittorio Feltri sull’Indipendente. Oggi è un pensionato, frequenta la sala degli ex consiglieri al Pirellone e pochi mesi fa si è laureato all’Università di Milano con una tesi su criminalità e voto di scambio. Relatore, Nando Dalla Chiesa. Sulla mazzetta Enimont che è accusato di aver intascato per la campagna elettorale del ’92 Patelli dice: «Non posso dire chi sapeva del mio viaggio a Roma. Eravamo in pochi. Non voglio dire né che Bossi sapesse né che non sapesse». Poi il retroscena patelliano: «Seppi che Di Pietro si era visto, in modo riservato, con il presidente del Consiglio Andreotti e con il presidente della Repubblica Cossiga. Probabilmente serviva un’autorizzazione per fregare Craxi e i socialisti».
Che fine ha fatto invece Primo Greganti, il funzionario del Pci condannato per finanziamento illecito ai partiti? «Per uno come me - racconta -, impegnato nel sociale, il lavoro non manca. Ho anche dato una mano alla campagna elettorale di Fassino per le Comunali di Torino». Anche Alberto Mario Zamorani, ex dirigente dell’Iri-Italstat, finì in prigione. È rimasto imprenditore, ma non nel pubblico. Ricostruisce, all’insegna del «così facevan tutti»: «La necessità, a ogni tornata elettorale, era quella nota: finanziare i partiti. Per cui si passava un po’ da tutti, dal cassiere Severino Citaristi (allora tesoriere Dc, ndr) alla segreteria amministrativa del Pci, e si lasciava l’obolo». Qualcosa è cambiato? Vent’anni fa «si trattava di contributi di 50, 100 milioni di lire. Se oggi lei offre 25mila euro a un deputato per fare una cosa, la denuncia per fesseria o per molestie».