Neologismi, Veltrusconi e Dalemoni: ecco il breve dizionario dell’"inciucio"

Nella politica fioccano fusioni. Il rischio? Cadere da un estremismo all’altro. <strong><a href="/interni/veltroni_scalfari_e_altri_ecco_guastatori_pd/28-12-2009/articolo-id=409732-page=0-comments=1">Veltroni, Scalfari e gli altri: ecco i guastatori del Pd</a></strong>

Roma - Sarà per la decisiva invadenza del partito dell’Amore, ma fioccano fusioni. Come l’ultima invenzione di Pannella, che sta al partito dell’Amore come Meucci a Bell nell’invenzione del telefono. Per il leader radicale, l’orizzonte roseo che si prospetta tra Berlusconi e D’Alema è tout-court un «D’Alesconi» in quanto, ha spiegato, «il peso onomastico deve essere equilibrato: c’è dale e sconi».

Bastian contrario che non è altro: di iperbole in iperbole, Pannella chiama il duopolio televisivo «Raiset» (Rai più Mediaset) e i re di audience televisiva «Santespa» (Santoro più Vespa). Il tutto «affasciato», dice lo Scorrettissimo, in un nuovo «fascio ex antifascista benedetto dal Papa». Ma se il linguaggio pannelliano si giustifica anche quando pecca d’astrusità - provateci voi in astinenza da cibo e dunque di glucosio cerebrale -, la tendenza alla semplificazione politica per via lessicale sembra piuttosto retaggio della scarsa dimestichezza degli italiani per un sano e reale gioco delle differenze. Propensione a un’illusoria superficialità.
Si cade da un estremismo all’altro: dall’odio viscerale alla compenetrazione amorosa. Dal D’Alema che vuole mandare Berlusconi sotto i ponti al «Dalemoni», raffinato trastullo per esteti dell’architettura statale. Questa la prima e più fortunata crasi, rivendicata da Giampaolo Pansa, nonostante sia più probabilmente un copyright della satira tv dei Guzzanti. Di questo passo, in pochi anni, abbiamo assistito alla versione rinnovata del «Veltrusconi» (il dialogo Veltroni-Berlusconi) che, dall’impennata iniziale, finì nel precipizio buio della definizione «principale esponente dello schieramento avversario», coniata da Veltroni per non nominare Berlusconi. E pagata dal Pd con una buona manciata di voti (stizziti) in meno.

Per come la si giri e la si volti, questa del dialogo che senza neppure emettere un primo vagito arriva a trasformare persino il «Cav» in «CaW» è un’altra delle bizzarrie italiche apprezzate all’estero. Un prodotto nato in autarchia come il Lanital dell’epoca delle sanzioni. È forse proprio a un vezzo del Duce - erede dichiarato della lezione futurista, ardita e dannunziana - che si deve ascrivere l’uso dell’affastellamento, anzi affardellamento di concetti diversi in un unico fascio. Così da renderli pesanti e indistinti, tali da poter essere additati al disprezzo in un sol colpo, come fu per le nazioni «demogiudoplutomassoniche». Attenzione, quindi, a non far cadere le «Riformore» (le riforme dell’amore) nel più vacuo «Amorme»: un amore di riforme un po’ amorfo, un po’ deforme.