Il neoministro dell’Interno glissa sulle misure dell’esecutivo, ma parla di sé

RomaTutti muti. Il neogoverno Monti è più inaccessibile di un Conclave. Nessuno può sapere cosa avviene nelle segrete stanze di palazzo Chigi, ma da ieri si sa tutto o quasi, della vita privata del ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri. Nell’ordine: «Tifo paa Roma!». «Sono una cicciona, a me i tailleur mi tirano da tutte le parti». «In macchina mi addormento. Pure quando guido!». «Mio figlio, quando gli ho detto che mi avevano fatto ministro, mi ha risposto: A ma’, non ce credo». «La spilla che porto non è vera, è finta! Però me l’ha regalata una collega che non c’è più e la trovo bellissima».
Un’Amelie di sessantotto anni al Viminale. Nemmeno lontanamente accostabile ad alcuno dei suoi predecessori, dall’ansiosa Iervolino, all’algido Amato, allo sfuggente Scajola, al draconiano Maroni, l’ex commissaria prefettizia di Bologna e Parma è un vulcano attivo da monitorare per i funzionari del Viminale, che ieri la guardavano lievemente imbarazzati, ma trattenendo a stento risate entusiaste. Donna di Stato da sempre, una lunga carriera da prefetto, la Cancellieri è però anche un soldato dall’impressionante capacità di aggirare gli ostacoli. Una specie di Monti femmina, ma decisamente più amichevole. Primo incontro con la stampa, fuoco di domande che le vogliono imbeccare critiche al governo di centrodestra. La neoministra sceglie la strada della reticenza autoironica. Rimarranno i Cie e le espulsioni? «Ci sono le leggi vigenti. Io non ho una linea politica. Non mi ha messo qui nessun partito. Il nostro compito è amministrare». Ridurrà il numero delle scorte? «Vi terremo informati». Userà una macchina italiana? «Vorrei, ma il bando è stato fatto, ce n’è solo una da 150mila chilometri ma mi hanno detto che potrebbe lasciarci per strada». Trappolone: l’ex ministro Sacconi aveva parlato di allarme terrorismo nelle manifestazioni di piazza, lei cosa ne pensa? «La situazione certamente è sotto attenzione. Non voglio usare la parola preoccupata. Io non sono mai preoccupata. Sono un’ottimista». Le ronde padane? «Colombrino - chiama il coordinatore dell’ufficio stampa - andiamo via!». Quando non sa rispondere, lo dice. Sull’ultimo pacchetto sicurezza candidamente ammette: «Davvero non so di cosa stiamo parlando».
La chiamata da palazzo Chigi, lunedì scorso, è arrivata alle 9 del mattino. «Una botta. Sono partita con le quattro cose che avevo a Parma. Per fortuna che il giorno prima ero andata a un concerto e avevo un tailleur nero. Altrimenti una cicciona come me come avrebbe fatto». Dei figli «uno ci credeva, l’altro no». Il marito «è un santo, soprattutto ora. Non mi ha mai fatta sentire in colpa nella vita». A parte la famiglia e a Totti, ora però c’è da pensare «allo Stato». La prima visita ufficiale sarà a Palermo, venerdì. Inaugurazione di un ufficio per la gestione dei beni mafiosi confiscati. Le altre pratiche sulla scrivania: la sentenza del consiglio di Stato che ha bocciato il piano nomadi del governo Berlusconi («qualcosa si dovrà fare») e un incontro con i sindacati di polizia. Nessuna parola contro Maroni: «È stato lui a scegliermi per Bologna e per Parma». L’ex ministro leghista sarà convocato presto con gli altri predecessori al Viminale: «Vorrei prendere un caffè con tutti. Vorrei ascoltarli, per evitare errori...».