Il neonato deve pagare le spese dell’ascensore

VITA DI CONDOMINIO. Mi telefona un famoso ristoratore. È un carissimo amico, un uomo perbene. Mi racconta un episodio che, nel clima natalizio, ferisce più di una coltellata al cuore. Il figlio di questo chef abita con la moglie in un signorile condominio formato da appena tre appartamenti. I due sposini decidono di mettere in cantiere un bebè. Dati i tempi che corrono, avrebbero meritato il cavalierato solo per questo. Nove mesi dopo nasce un bel pupo. Passano poche settimane dal lieto evento, e ai genitori arriva la notifica di convocazione dell’assemblea condominiale. Con questo ordine del giorno: nuova ripartizione delle spese per l’ascensore a seguito dell’aumento di una unità del nucleo familiare.
Un poetico film uscito sugli schermi 15 anni fa, Condominio, interpretato da Carlo Delle Piane e Ciccio Ingrassia, ci aveva persuasi che certe miserie affliggessero solo i falansteri della periferia di Roma con quattro scale e 400 alloggi. E che ciò nonostante persino là, in quei carnai, si potesse ancora raggiungere una ragionevole intesa sul bilancio consuntivo o sull’installazione degli indispensabili citofoni. Dal loro amministratore, il cortese «ragionier» Michele Marrone, i protagonisti di Condominio alla fine imparano a essere meno egoisti. Purtroppo un conto è il cinema e un altro conto è la vita.
Non che nella realtà quotidiana manchino gli esempi incoraggianti. Uno ci ha tenuto a riferirmelo, per contrasto, lo stesso ristoratore. Un suo affezionato cliente, primario ospedaliero in pensione, è riuscito a mettere d’accordo le otto famiglie del suo condominio per passare le domeniche insieme. Alle 9.15 il medico s’improvvisa allenatore e porta la comitiva a camminare nel verde. A volte la passeggiata si conclude con un pranzo presso il desco del mio amico. Altre volte il luminare guida i condòmini sui sentieri prealpini. Lo chef è riuscito per qualche tempo a conoscere in anticipo dov’erano diretti e a spedire a sorpresa un suo messaggero fin lassù all’ora del picnic con un’adeguata scorta di Valpolicella. Ma adesso l’allegra combriccola non vuol più rivelargli la meta, nel timore che si disturbi troppo. Se non è finezza d’animo questa...
Forse il problema non sono le persone, bensì i muri. È il condominio come edificio a essere malato, sono questi alveari fatti a torre, con le biciclette parcheggiate sui poggioli (lungo la tangenziale est di Milano ho visto anche qualche Vespa sui balconi) a incarognire gli uomini. Perché mai la gente dovrebbe essere contenta di vivere in case con i muri di cartongesso, dove se il vicino starnutisce, litiga con la moglie o semplicemente ascolta la radio tu non puoi fare a meno di sentirlo?
Si costruiscono case a schiera – condominii a sviluppo orizzontale – persino lungo le autostrade. Si piantano file di alberelli per dare l’illusione, a chi ci abiterà, che i veicoli non sfreccino lì davanti a 150 all’ora. Poi, col tempo, si erigono enormi barriere in plexiglas trasparente, avendo cura di disegnarvi sopra le sagome nere degli uccelli, cosicché le rondini non ci vadano a sbattere. Non potrebbe la Protezione animali fare qualcosa anche per gli uomini?
Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l’inquilino, diceva Victor Hugo. È comprensibile che in case tristi, costruite in luoghi tristi, non abitino cittadini felici. Ma chi abita in case belle, costruite in luoghi belli, e ciò nonostante pretende di far pagare le quote condominiali ai neonati, non ha attenuanti: merita di finire a vivere sotto i ponti.
OMAGGIO ALLA CULTURA. Intervista col cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della cultura.
Eminenza, a che punto è la Chiesa in questa vigilia di Natale? «Dipende. Siccome la sua intervista uscirà domenica 18, diciamo che mancano sette giorni, cioè 168 ore, alla messa di mezzanotte». Lei come vive il Natale? «È una ricorrenza pazzesca, guardi. Messa della notte, messa dell’aurora, messa del giorno, pontificali, vespri solenni... Mi vien voglia di cambiare mestiere». Natale è una festa allegra, dunque? «Dopo quello che le ho appena detto, faccia un po’ lei». Il Papa Benedetto XVI pensa le stesse cose? «Lo domandi a lui». Il suo lavoro è cambiato con il nuovo Papa? «Macché, sempre lo stesso. Però lei lo sa come sono esigenti questi tedeschi, no? È persino aumentato». Senza fede si vive peggio? «E viene a chiederlo a me? Altroché, figliolo, altroché». Ma non è facile arrivare a un Natale di pace perché il mondo non è tranquillo. «Parole sante. Come ha fatto a indovinarlo?».
(Avvertenza: le risposte di questa intervista sono inventate. Invece le domande sono vere: le ha formulate lo scrittore Alain Elkann. Il problema è che sono state pubblicate dalla Stampa).
STIMABILI GIORNALISTI. Grafico sul Messaggero a corredo di un articolo scientifico: «15,6%. È la percentuale di bimbi tra gli 8 e i 10 anni che soffre di autostima». È diventata una malattia?
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stefano.lorenzetto@ilgiornale.it