Nepal, l’opposizione non molla migliaia in piazza contro il re

La rivolta popolare si estende. Indetta per domani una nuova massiccia manifestazione

Maria Grazia Coggiola

da New Delhi

Sembra proprio che re Gyanendra abbia ormai i giorni contati. Anche ieri, per il diciottesimo giorno consecutivo, Katmandu si è trasformata in un campo di battaglia tra dimostranti e polizia. Circa 10mila persone hanno cercato di sfondare il cordone di sicurezza eretto intorno alla capitale nel tentativo di marciare contro il palazzo reale.
Come in un copione già visto tante volte, fin dal mattino è stato imposto il coprifuoco, revocato alle 19 ora locale. Sono state nuovamente tagliate le linee dei telefoni cellulari. Il bollettino dei disordini parla di una trentina di feriti. È stata una giornata di transizione dopo la grande rivolta di venerdì, quando i partiti dell’opposizione hanno respinto le aperture del monarca. I manifestanti si stanno preparando per martedì prossimo, quando arriveranno di nuovo a decine di migliaia, determinati forse a dare la spallata decisiva. Nonostante l’appoggio della comunità inteernazionale, re Gyanendra appare sempre più solo. È ormai chiaro che la sua impopolarità è arrivata a un punto di non ritorno e che la gente vuole la sua testa.
Come suggeriva ieri un quotidiano indiano, sarebbe molto meglio e più dignitoso per il sovrano scegliere la strada dell’abdicazione oppure accettare un ruolo puramente cerimoniale, come avviene per esempio in Thailandia oppure in Malaysia, dove il re è eletto con un mandato di cinque anni. In queste due settimane di proteste ha giocato tutte le sue carte. Prima ha annunciato di voler indire le elezioni per ripristinare la democrazia multipartitica da lui affossata nel 2002 con la sospensione del Parlamento. Poi, due giorni fa, con il fiato sul collo di India e Usa, abbandonato anche dalla Cina, ormai alle strette, ha aumentato la posta. Ha detto che avrebbe lasciato ai partiti la facoltà di nominare un nuovo primo ministro e di formare un governo nel rispetto della Costituzione del 1990. Dopo che anche quest’ultimo ramoscello di ulivo è stato respinto al mittente, gli spazi di manovra si assottigliano.
Come definito nei 12 punti dell’accordo siglato lo scorso dicembre con i ribelli maoisti, l’alleanza delle sette principali forze politiche è decisa a cambiare il volto del regno himalayano. Una probabile soluzione sarebbe quella di reintrodurre ad interim il governo di Sher Bahadur Deuba, esautorato dal monarca nel suo primo colpo di mano del 2003, e indire le elezioni per un’assemblea costituente che avrebbe il compito di riformare il sistema politico. Una soluzione del genere è auspicata dalle forze più moderate, che riconoscono il profondo legame spirituale e religioso tra la popolazione nepalese e la dinastia degli Shah, da 240 anni sul trono.
L’altra opzione, sostenuta dai partiti comunisti, è quella di rovesciare il sovrano e di creare una Repubblica. È l’obiettivo perseguito in questo decennio dalla guerriglia maoista, che ha causato 15mila morti e ha messo in ginocchio il regno himalayano. Un Nepal dominato dai maoisti è però il peggior incubo per l’India, dove i movimenti del naxaliti, i «maoisti indiani», stanno creando seri problemi al governo di New Delhi.
Decisivo sarà nei prossimi giorni l’appoggio dei funzionari governativi e sopratutto dell’esercito. I leader dei manifestanti hanno già fatto appello ai soldati perché si uniscano alle manifestazioni. Ieri alcuni familiari di ufficiali dell’esercito hanno inscenato una protesta. I funzionari del ministero degli Interni a Katmandu hanno incrociato le braccia per un paio di ore.
La rivolta popolare ha infiammato anche altre parti del regno. Le agenzie di stampa hanno riportato le cronache di una manifestazione contadina a Nepalgunj, a sudovest della capitale, in cui è stata buttata giù la statua di re Tribhuwan, il nonno di re Gyanendra.