Neri e Gianna, vittime dei «compagni»

Luigi Canali, comasco, 33 anni, nome di battaglia «capitan Neri», aveva conosciuto in montagna Giuseppina Tuissi, 24 anni, detta «Gianna», operaia milanese, staffetta partigiana nella 52ª brigata Garibaldi che lui, reduce dalla campagna di Russia col grado di capitano del Genio, aveva costituito all’indomani dell’8 settembre. Vengono entrambi da una famiglia comunista. Lui è il tipo dell’idealista; lei, ragazza semplice, condivide i suoi sogni. È alta, bella, slanciata, con gli occhi azzurri. La loro brigata opera nel Verbano, organizza la rete delle sezioni comuniste tra Dongo, Sala Comacina e Lezzeno. Rifornisce di armi i partigiani. Neri è un comandate abile e intelligente. In Abissinia ha imparato le tecniche della guerriglia. Crede che il «suo» comunismo significhi libertà per gli individui, giustizia sociale, elevazione delle classi popolari. Critica i metodi stalinisti del partito. Gianna è scappata da Milano perché i fascisti l’hanno individuata e le danno la caccia. Neri e Gianna si innamorano.
Nel gennaio 1945 Neri e Gianna vengono arrestati durante un rastrellamento fascista e condotti a Milano. Torturati, rifiutano di fare i nomi delle organizzazioni partigiane. I militi repubblichini sono ammirati del loro coraggio. Riescono a evadere. Si diffonde la voce che siano stati rimessi in libertà a prezzo di tradimento. Viene emessa la sentenza di morte da un improvvisato tribunale del popolo presieduto da Amerigo Clocchiatti, comunista ortodosso che negli anni ’30 è riparato in Unione Sovietica. Ma è lo stesso Clocchiatti a ritenere l’accusa infondata. Neri riprende il suo posto alla 52ª. Il 27 aprile ’45 Neri e Gianna sono testimoni della cattura del duce a Dongo. La borsa di Mussolini contiene circa 230 miliardi di allora e oltre 42 chili in lingotti d’oro. Il patrimonio della Rsi, l’oro di Dongo.
Ai primi di maggio la guerra in Italia è finita. Ma capitan Neri ha l’impressione che il Pci voglia tenersi l’oro, mentre lui ritiene che vada restituito allo Stato italiano. Il 4 maggio va a trovare il segretario della federazione comunista di Como, il duro Dante Gorreri, chiedendo che fine abbia fatto il tesoro. Gorreri non gli risponde. Il 6 maggio Neri confida a sua mamma di essere disgustato e di non volerne più sapere di politica, ma prima deve portare a termine un’«operazione di importanza fondamentale», dice. L’indomani, 7 maggio, viene circondato da un gruppo di partigiani armati, arrestato e fucilato. Tutto è avvenuto lontano da occhi indiscreti. Il corpo non verrà più ritrovato. Qualcuno dice sia stato murato in un pilastro.
Gianna comincia a indagare. Fa mille domande imbarazzanti. Le fanno il vuoto intorno. Il 23 giugno, mentre in bicicletta torna a Dongo, viene bloccata e prelevata da un commando partigiano. La caricano su una macchina. La uccidono a revolverate e la buttano nel lago. Ammazzano anche suo padre, venuto da Baggio per vendicarla. Un giornalista che indaga sulla morte di Neri e Gianna scompare misteriosamente, insieme a tre amiche e due amici di Gianna. Parecchi anni dopo il Pci prese «blande e insignificanti» posizioni. Fu tentato perfino di addossare la colpa del duplice omicidio agli inglesi. Nessuna spiegazione venne data ai familiari delle vittime, ferventi comunisti. I processi che seguirono seminarono altri interrogativi senza approdare a nulla. Fino a un anno fa, finché è rimasto in vita, il fratello di Giuseppina Tuissi ha continuato a chiedersi le ragioni del silenzio intorno a questa vicenda. Sulla memoria del povero Neri e della sua Gianna pesa ancora l’oltraggio di una colpa inesistente.