Nero e mancino ma Marvelous

I ricordi di Marvin Hagler, icona della boxe, trent’anni dopo il
mondiale dei medi contro Antuofermo. "Quel pari fu un furto, ma eravamo
a Las Vegas e io sbagliai a non stendere Vito per ko". Successe pure con Leonard, anche se non lo ammette

Allora Marvelous, trent’anni fa ad oggi, a Las Vegas cominciò la storia mondiale di un grande campione. Ricorda?
«Veramente no: io ho 29 anni, come posso ricordare quello che avvenne 30 anni fa?». Un attimo di silenzio, poi risata.

Ricominciamo: Hagler affronta Vito Antuofermo, campione del mondo italo-americano di Palo del Colle. Finì in un pareggio che in verità fu un furto...
«E io continuai ad attendere un’altra chance. Era il mio sogno. Mi sentivo re senza corona. Nessuno voleva affrontarmi».

Faceva paura...
«Joe Frazier mi disse: hai tre cose che non vanno: sei nero, mancino e troppo bravo».

Antuofermo ebbe coraggio?
«Gli sono ancora grato perché mi diede l’opportunità: era un grande guerriero, sul ring un toro che avanzava sempre. Allora avevi una chance, c’era un solo titolo, se perdevi quella chissà quando tornava. E, infatti, fui costretto a incontrare altri tre avversari prima di un nuovo mondiale: tutti speravano che qualcuno mi battesse. Invece...».

A Las Vegas finì in parità, la giuria non vide bene. Hagler aveva vinto nonostante un rallentamento nella seconda parte del match, Antuofermo rimase campione e...
«E io imparai la lezione: se vuoi il titolo non devi lasciare in piedi l’avversario, devi chiudere con il ko. Sennò ti mette ko la politica dietro le quinte. Ma quello era il primo mondiale: iniziai con troppa foga. Poi non sai mai a Las Vegas... La gente scommette anche sugli scarafaggi quando attraversano la strada».

Con Antuofermo ci fu un secondo match.
«Il successo del secondo rimase uno dei più belli della mia vita. Invece la conquista del titolo contro Alan Minter, resta il giorno più bello. Con Vito siamo rimasti amici, fatto foto di famiglia, pranzato insieme, ed è un po’ geloso: perché io parlo l’italiano meglio di lui».

La sua vita è legata all’Italia: il primo mondiale con un italiano, i manager Pat e Goody Petronelli originari della provincia di Foggia, la moglie Kay Guarino, di sangue napoletano. Vive metà dell’anno a Milano, in Italia ha cominciato la carriera cinematografica. È un caso?
«Non l’ho mai guardata così. Il suo popolo mi piace: grande cuore e brava gente. Le racconto un episodio per capire: i fratelli Petronelli mi portarono in giro per l’Italia. Arrivammo a Casavecchio, il loro paesino nel Foggiano, c’erano tre televisori in tutto. Sono in auto, si ferma un pullman con i bambini che tornano da scuola e tutti mi riconoscono. Peccato che non riuscivamo a intenderci: io parlavo inglese e loro italiano. Però mi hanno fatto innamorare dell’Italia. La sua gente, il cibo, tutto...».

Ora vive un po’ a Milano e un po’ negli States.
«A Boston, la città di Rocky Marciano. Peccato, hanno avuto due campioni ma disperano di trovarne un terzo».

È sempre tifoso della Sampdoria?
«Certo, mi sono visto il derby. Mi sono sempre piaciuti i colori della maglia. Eppoi la Samp è un underdog, è sottostimata come lo ero io. Qui tutti pensano a Milan, Inter, Juve. I doriani lottano per arrivare sempre più avanti».

A proposito di calcio: visto il caso Balotelli? Cosa ne pensa dell’Italia: c’è razzismo nello sport?
«Gente ignorante. Balotelli è solo giovane e bravo. Dovrebbero salire sul ring, giocare in un campo di calcio per capire. Lo sport unisce la gente, non divide. Quando sei sul ring non esiste più colore, nazionalità: sei uno contro l’altro, per vincere».

Ma Hagler è rimasto amico con i suoi avversari?
«Non sempre ho tenuto buoni rapporti. Capirà! Che amicizia ci può essere con uno cerca di romperti la testa? Non penserai che voglia darti anche un bacio... Con Antuofermo c’era rispetto».

A Londra, contro Alan Minter, vinse giustamente il titolo, ma dovette fuggire dal ring: arrivarono valanghe di bottigliette.
«Mi dissi: non tornerò più qui. Invece ho lavorato con la Bbc. Ho capito che un gruppo di persone non può penalizzare una nazione».

Qual è stato il round più duro della sua storia?
«Tutti. Anche se il match con Mugabi, l’ugandese... Presi un pugno, non era così terribile, ma non avevo fatto le cose giuste per evitarlo.Lo chiamavano la bestia, avevano ragione».

A lei gli animali sono sempre piaciuti.
«Certo, ho allevato tanti piccioni come Tyson. Sono liberi di viaggiare per il mondo. Mi piacevano i rettili, i serpenti, i ragni, avevo una tartaruga in una scatola. Fra l’altro, tenere un serpente in camera era il sistema migliore per non farci entrare mia madre».

Tyson ha fatto del bene o del male alla boxe?
«Ho conosciuto Mike che era un ragazzino, 17 anni ai Trials per le Olimpiadi. Tyson non è così cattivo come sembra, è timido, non lo hanno lasciato in pace, non ha trovato la gente giusta. Forse non ha fatto vedere il bello della boxe, ma la boxe non morirà mai, sia che ci siano quelli bravi come Alì o i cattivi come Tyson».

Anche Hagler aveva l’impronta del duro.
«Dopo il mio ritiro, Tyson ha reso eccitante la boxe. Dicevano fosse un Hagler più grosso, stesso istinto di uccidere».

È vero che la boxe tien fuori dal ghetto?
«Se non fosse così, anch’io non sarei qui a parlarne. Mi ha educato, fatto capire che è possibile qualunque cosa. Dopo il ring, ho affrontato il cinema, grazie ad Antonio Margheriti, il regista con cui ho interpretato Indio 1 e Indio 2. Ora spero di riprovarci, anche se non vorrei essere solo e soltanto un pugile pure sul set».

Cosa insegna la boxe?
«Che i grandi campioni devono provare la povertà, per capire a cosa vanno incontro se perdono la boxe. E che la fama non è per tutti: devi convivere e gestirla. Gestire il successo non è facile. Devi imparare a comportarti sul ring e fuori».

I suoi incontri più eccitanti, Duran, Roldan, Hearns, Mugabi, l’hanno incoronato re dello spettacolo: una vittoria ai punti e tre ko...
«Erano tutti guerrieri diversi. Io un creativo: per me la boxe è sempre stata arte. Ancora 30 secondi e avrei steso pure Duran. Tutti volevano togliermi il titolo e sono venuti per combattere. Leonard no: danzava e l’hanno fatto vincere».

Ancora indigesta quella storia? Vinto? Perso? I due partiti resistono.
«Ha vinto la politica. Ma io aspetto: una volta o l’altra verrà a galla la verità. Aspetto che Leonard lo ammetta. Se fosse successo a me, lo avrei fatto. Non puoi continuare a vivere con un peso».

Però in quel match non ci fu il vero Hagler, quello che avrebbe distrutto Ray Sugar.
«Ero sicuro di aver vinto, non sempre puoi mettere ko l’avversario. Tutti si aspettavano che facessi il killer. Prima del match mi dicevano: non fargli male. Mi sono tappato le orecchie».

Leonard invece l’ha convinta a smettere.
«Smettere così è stata la cosa migliore, un merito di quella brutta storia. Oggi sono contento di andare a testa alta, con integrità mentale e fisica. Dovrebbe vedere quanti tifosi mi scrivono ancora sul mio sito».

Mai visto doping nella boxe?
«Ai miei tempi, non c’era. Ora non so. Bisogna essere pazzi. Il doping non dimostrerà mai la tua abilità. In qualunque sport. Eppoi devi convivere con il pensiero di aver fregato gli altri. Mi ha stupito Agassi, che lo abbia raccontato adesso. Penso a Marion Jones».

Marvelous Marvin, c’è qualcosa cui il suo animo di campione aspira ancora?
«Sì, prima di morire mi piacerebbe vedere il ritorno a un solo campione del mondo nella boxe. Non puoi ritrovarti a un tavolo dove tutti, a modo loro, sono campioni. Vorrei che si torni a dire: questo è il vero campione. E potrei aggiungere...».

Aggiunga...
«Vorrei augurare il buon Natale e il buon anno: campioni, atleti, tifosi, a tutti noi».