Nero di Troia e una Puglia sorprendente

L'Italia enoica sta oggi vivendo due fenomeni: la riscoperta dei vini da uve autoctone e l'affermarsi di regioni ritenute non di tradizione. Prendiamo la Puglia che questi fenomeni li sta vivendo entrambi. Da serbatoio vinicolo dello Stivale (e non solo) ha acquisito una propria identità qualitativa e lo ha fatto grazie ai vitigni autoctoni. Negroamaro e Primitivo i più noti, ma anche Nero (o Uva) di Troia, forse quello più radicato nella terra di Puglia, da sempre in uvaggio con altri vitigni per una carica tannica vigorosa e un'elevata concentrazione che lo rendono perfetto per arricchire altri vini, ma impossibile o quasi da vinificare in purezza. Al Nero di Troia è intimamente legato il nome della famiglia De Corato: la loro cantina Rivera lo ha praticamente salvato dall'estinzione e valorizzato in un celeberrimo vino di Puglia, il Falcone, in uvaggio con il Montepulciano. Da solo, però, no. Almeno fino a sei anni fa, quando le moderne tecniche di conduzione del vigneto e gestione della vinificazione hanno permesso un'approccio diverso al Nero di Troia. È nato così il Puer Apuliae, in onore dello stretto legame tra il vitigno e questa terra, ma anche di Federico II di Svevia, il cui celebre mastio di Castel del Monte domina i vigneti di Rivera. È proposto anche in versione più fresca sotto il nome di Violante. La cantina di Andria, però, non è la sola a cimentarsi con successo col vitigno. Propone un'ottima etichetta anche la Tenuta Cocevola con il Vandalo, così come Alberto Longo con Le Cruste. Da ricordare il Guado San Leo di D'Alfonso del Sordo e il convenientissimo Romanico di Cefalicchio. Le bottiglie spaziano dai 6 euro di quest'ultimo ai 30/32 del Puer Apuliae e del Vandalo. Lo scorso mese, la rivista Cucina & Vini ha pubblicato un dossier sui rossi di Puglia.