Nerozzi: "Ragazzi, scegliete i brividi giusti"

E' ormai un maestro del noir e dell’horror. Il suo ultimo libro è
ambientato fra le gare automobilistiche clandestine. E, da buon padre,
si rivolge ai giovani: "State attenti, non fatevi anestetizzare il
cuore"

Nell’angosciante zona del crepuscolo che si staglia fra incubi e realtà si muovono le storie create da Gianfranco Nerozzi, lo scrittore emiliano che a partire dal ’91, anno del debutto con Ultima pelle (firmato F.J. Crawford) ha seminato le sue intuizioni spettrali. La sua sensibilità traspare già dalle prime pagine anche nell’ultimo romanzo, Il cerchio muto (Nord, pagg. 584, euro 18,60) che miscela due argomenti di scottante attualità come le gare clandestine di auto e gli incidenti del sabato sera con temi come quello della schizofrenia e della follia.

D’altra parte, Nerozzi già in precedenza aveva mostrato una notevole capacità nel mescolare fiction e realtà quando con Cuori perduti (Mondadori) si era aggiudicato il Premio Tedeschi 2001 trattando con il ritmo di un angoscioso thriller il tema del traffico di organi e quando, in opere successive come Genia e Resurrectum (Flaccovio), aveva mediato generi come noir, fantascienza e horror in romanzi che sviluppavano il tema dell’Apocalisse. A proposito di queste due opere lo scrittore e sceneggiatore Alan D. Altieri sostiene che «rappresentano le nuove dimensioni del lato oscuro della narrativa italiana». Per questo Altieri, come editor, non si è lasciato sfuggire l’occasione di ripubblicare sotto la sigla Cry-Fly Trilogy (nella collana Urania Horror Mondadori) tre storie orrorifiche di Nerozzi, L’urlo della mosca, Prima dell’urlo e Immagini collaterali, e ha attivato una speciale serie di spy stories intitolata Hydra Crisis, firmate con lo pseudonimo di Jo Lancaster Nero per la Collana Segretissimo.

E se Andrea G. Pinketts sostiene che Nerozzi «ha intuito i buchi neri molto prima di Stephen Hawking. E non si è ricreduto», Marcello Fois sostiene che le sue storie sono «un melanconico pugno in faccia, piene d’affetto e di partecipazione, ma prive di paraventi». Persino Pupi Avati è rimasto affascinato dagli incubi narrati dal giovane «Nero» (come lo chiamano gli amici), tanto da lasciarsi coinvolgere nel 2003 nell’antologia mondadoriana In fondo al nero assieme a Eraldo Baldini, Carlo Lucarelli e altri. Lo stesso Lucarelli ha ammesso che «Nerozzi ha la capacità d’immergersi nell’oscurità più profonda e uscirne fuori per raccontare cose che non ti sogneresti neppure, cose che ti fanno orrore solo a pensare di pensarle. Non è una questione di coraggio, è una questione di abilità. La seconda è la capacità meravigliosa di creare mondi». E probabilmente Nerozzi è davvero abituato a vivere a cavallo fra due mondi come l’incubo e la realtà, lui che di giorno svolge il mestiere di postino e di notte si trasforma in noirista, appassionato di letteratura e cinema di genere, e pratica le arti marziali. «In effetti - ci confessa - mi sento un po’ come Jekyll e Hyde. Non due entità contrapposte, ma due personalità mescolate, frullate e trasformate in un’unica dimensione. Il mio lato oscuro mi serve per determinare l’innocenza dell’altro lato. Indago le forme impazzite della realtà per scoprire il percorso che porta verso l’equilibrio».

Perché ha scelto di far ruotare il suo ultimo romanzo intorno a un tema scottante come le stragi del sabato sera?
«Ci giravo intorno da una decina d’anni, ma non avevo mai trovato il coraggio di scrivere. Ci sono riuscito grazie alla complicità di mio figlio Samuele che diventando adolescente mi ha trasmesso le pulsioni necessarie, e le paure conseguenti (per il genitore che sono e che vorrei diventare) per lanciare un messaggio nella bottiglia alle nuove generazioni, ma anche alle vecchie. Bisogna trovare il coraggio di gridare per rompere la gabbia di silenzio che cerca di contenerci, piuttosto che anestetizzare il cuore e perdere ogni speranza. I giovani spesso preferiscono farsi accarezzare da brividi sbagliati: corse notturne all’impazzata, nuove droghe simili a pozioni magiche e false ideologie».

Scrive per esorcizzare la sua paura?
«Prima l’accendo, poi la esorcizzo, così il rituale è completo. Come in un incontro di karate, mi metto davanti alla Paura e poi la combatto».

Quanto è importante la musica in ogni sua storia?
«L’elemento sonoro è fondamentale, visto che sono un ex musicista ed è necessario che ci sia per me in ogni libro una colonna sonora ben definita. Finché non so quale suono specifico ha un mio romanzo, non riesco a scriverlo. Per Il cerchio muto la mia ricerca discografica si è dilatata, tanto che ho inserito nella mia playlist gruppi come Depeche Mode, Rammstein, Slipknot, Sepultura, ma anche Ivano Fossati, Lucio Battisti (del quale ho scelto, non a caso, un brano come Emozioni)».

In tutti i suoi libri ha sempre citato un gruppo rock fantasma, i Mastema...
«In realtà sono finalmente riuscito a mettere insieme davvero quel gruppo e presenterò in giro per l’Italia Il cerchio muto assieme a un gruppo di musicisti “senza volto” che interpreteranno i miei pezzi immaginari. Sarà un reading live intitolato Redivivo dove il romanzo verrà reinterpretato dal punto di vista musicale e coreografico, scenografico, teatrale, cinematografico. Anche questo show servirà a fare uscire dal Cerchio la mia storia e a fare in modo che il libro non si concluda quando si arriva alla parola fine, ma continui oltre la copertina. Il mio è un libro che travalica i generi, li passa in rassegna tutti quanti annullandoli poi l’un l’altro».

Molti suoi romanzi sono fra loro legati o da personaggi o da sottotrame ricorrenti?
«Se uno legge Genia, Resurrectum, Cuori perduti, L’ora blu e Le bocche del buio si trova davanti un affresco narrativo densamente legato. Le mie storie sono tutte collegate fra loro, fanno parte di un unico universo creativo che vive in me e che con me è cresciuto. È come se stessi dipingendo un unico immenso affresco spezzato in tante storie».

Nel «Cerchio muto» lei parla fra l’altro di un padre terribile che cresce sua figlia cercando di deformarne l’identità...
«È una situazione da incubo nella quale ho voluto omaggiare a modo mio L’uomo che ride di Victor Hugo, dove si parla di bambini che vengono rapiti e poi allevati in maniera mostruosa e sono costretti a indossare maschere che deformeranno per sempre i loro volti e li trasformeranno in esseri mostruosi. Nel mio libro accade una situazione simile ai giorni nostri. È la metafora della dissoluzione che imprigiona la gente costringendola all’inespressività».

Anche le sue storie più fantastiche hanno sempre un’ambientazione molto realistica...
«... e forse per questo fanno ancora più paura a me e ai lettori. Racconto sempre mondi che conosco bene. Nel Cerchio muto ho scelto di ambientare la maggior parte della storia alle falde dell’Appennino tosco emiliano, su quel tratto di strada che va da Sasso Marconi in su, cercando di far emergere il forte contrasto fra un paesaggio meraviglioso e un orrore senza fine».