Nervi tesi nel governo. Berlusconi: «Speriamo bene...»

Palazzo Chigi preoccupato chiede tempo ma vuol chiudere alla svelta la trattativa. E la sinistra estrema va in piazza per reclamare il ritiro

Massimiliano Castagna
Roma
- Nervi tesi: la partita di Daniele Mastrogiacomo è sul filo del rasoio e la politica di governo ne risente. Ne è stato buon testimone ieri Antonio Di Pietro, che ha raccontato di una riunione del Consiglio dei ministri elettrica, inframmezzata da commessi che andavano e venivano e dalle uscite di scena plurime tanto di Prodi che di D’Alema, impegnatissimi a cercare di mantenere aperto un canale di trattativa coi rapitori dell’inviato di Repubblica.
«Eravamo tutti in apprensione: avevamo capito benissimo che dietro quell’andirivieni c’era Mastrogiacomo e ogni qual volta entrava un commesso si abbassavano i toni delle voci» ha raccontato il ministro delle Infrastrutture. Il pessimismo della mattinata, dopo la notizia dell’assassinio di Saied Agha, l'autista del giornalista italiano, ieri sera era almeno parzialmente svaporato. La preoccupazione resta forte, ma da palazzo Chigi e dalla Farnesina rimbalzano segnali di un dialogo avviato che si vuole concludere al più presto.
Che sia in corso una iniziativa per arrivare al rilascio è stato del resto ammesso pubblicamente dal ministro degli Esteri al termine della riunione del governo: «Lo testimonia la dichiarazione del portavoce dei talebani, che conferma che sono in corso dei contatti per cercare una soluzione alla situaziane. E dunque - ha proseguito D’Alema - a maggior ragione vorrei che dall'altra parte si comprendesse che la situazione ha bisogno di un tempo ragionevole per potersi dispiegare e ottenere i risultati desiderabili per poter uscire da questa drammatica vicenda». Chiede tempo il governo davanti agli annunci di ultimatum. Pareva confortante che il termine fosse stato spostato a lunedì. Ha creato non poco imbarazzo il venire a sapere più tardi (ma nulla è certo negli incastri del puzzle) che stamane i talebani diranno la loro.
Anche sull’oggetto della trattativa si naviga a vista. Corretta la voce che reclama la liberazione di 6 guerriglieri passati a giudizio dai tribunali di Karzai o resta in piedi l’ipotesi della richiesta di immediato ritiro del nostro contingente?
L’idea che dall’Afghanistan possa partire la richiesta secca di un ritiro delle truppe italiane non ha comunque, almeno per ora, scatenato la sinistra radicale che siede in Parlamento e che in più di una occasione aveva digrignato i denti reclamando il ritiro da Kabul e da Herat. In compenso un centinaio di organizzazioni della sinistra alternativa (tra cui Cobas, la Rdb-Cub, la Rete dei Comunisti, il Movimento Umanista, il Pcl, la Rete Disarmiamoli, la Rete Sempre contro la guerra) ha deciso di tenere oggi un corteo a Roma al quale prenderanno parte anche i senatori “dissidenti” Ferdinando Rossi e Franco Turigliatto, il deputato Salvatore Cannavò, Luca Casarini, Manlio Dinucci, Lucio Manisco. Chiederano il ritiro dall’Afghanistan e la liberazione di Mastrogiacomo, ma almeno a ieri sera non erano riusciti a coinvolgere i partiti della coalizione che, evidentemente, hanno annusato la gravità del momento.
Anche da parte dell’opposizione ci si limita all’auspicio che «lo sforzo del governo» per dirla con Marini, porti a risultati. «Speriamo bene, la situazione è delicata. Non fatemi dire altro perchè c’è una vita in ballo» l’asciutto commento di Silvio Berlusconi. «È forte l'auspicio che il nostro connazionale possa tornare presto a svolgere il suo lavoro, che altro non è se non quello di giornalista», ha a sua volta rilevato Gianfranco Fini. Il quale ha speso poi un secco «no comment» a chi gli chiedeva se fosse giusto trattare. Che è tema che qualche allarme solleva anche in Emma Bonino. La quale osserva: «Non è un sequestro a scopo di ricatto o di soldi mentre mi sembra molto chiaro l'obiettivo politico».