"Nessun complotto: il Pd è nella palude"

L’ex presidente della Camera: "C’è ormai un groviglio incestuoso tra
dirigenti e interessi privati che tocca tutti". "Sbagliato inseguire Di
Pietro. Il Pdl non faccia come noi durante Mani Pulite: non usi la
giustizia come arma politica"

Presidente Violante, ha letto che un grande vecchio del suo partito come Alfredo Reichlin sospetta che la bagarre giudiziaria sul Pd si sia scatenata per bloccare il dialogo che lei aveva aperto sulla riforma della giustizia? Si è pentito?
«Reichlin è un uomo troppo serio per aver detto una sciocchezza simile. Piuttosto mi auguro che il centrodestra non faccia lo stesso grave errore che fece la sinistra ai tempi di Tangentopoli».
Quale errore?
«Pensò che il problema non la riguardasse. E che fosse sufficiente delegarne la soluzione alla magistratura. Ci furono le inchieste, i processi, molti vennero condannati e alcuni assolti; furono confiscati miliardi illegalmente guadagnati; i vecchi partiti di governo si sciolsero e quel sistema politico finì. Ma a guadagnarne non fu la sinistra. Furono coloro che apparvero i più estranei: la Lega e Silvio Berlusconi. Ora che la questione morale investe il Pd, spero che la destra eviti di usarla come arma politica, disinteressandosi della questione di fondo, che è la ricostruzione di una rigorosa etica pubblica. Se la vigilanza sull’etica pubblica continua a essere delegata alla magistratura, dandole un compito improprio, tra dieci anni ci ritroveremo ancora una volta senza soluzioni e con un Paese ancora più sfibrato».
E qual è invece la risposta giusta?
«C’è una questione morale che investe l’intero Paese. Le inchieste su esponenti del Pd sono una parte del tutto. L’Italia è un Paese di massiccia evasione fiscale ed è percepita come un Paese ad alto livello di corruzione. La mafia ha un giro d’affari di 130 miliardi, 8 punti di Pil. Ieri ero a Fiumicino e c’era una situazione disastrosa da Quarto mondo. C’è instabilità delle regole, confusione normativa e amministrativa, totale incertezza sui principi di legalità e di responsabilità. Qual è la regola? E chi risponde per la sua violazione? Il più delle volte la risposta è casuale. Dipende dal luogo, dalle persone, dal giudice, dall’avvocato, dalle amicizie. Scivoliamo verso la Repubblica degli amici. Non sto celando le responsabilità del Pd, che esistono e sono gravi. Ma se la politica non si assume le proprie responsabilità e si limita a battere le mani quando passa la carretta dei condannati,condanniamo il Paese allo sfacelo. I problemi restano e si riproporranno».
Che idea si è fatto delle inchieste in corso sul Pd?
«Segnalano una palude dalla quale emergono fatti diversi, alcuni sono reati, molti altri sono casi di malcostume. Ma soprattutto emerge un groviglio incestuoso di relazioni sociali, influenze amicali, funzioni pubbliche e interessi privati che coinvolgono politici, imprenditori e funzionari. E in questo groviglio finiscono anche persone oneste e del tutto estranee. Sono coinvolti esponenti di molti partiti; ma questo non consola per nulla il Pd. È tutta la politica che deve recuperare autorevolezza, altrimenti perde credibilità e spalanca la porta all’avventurismo. In Abruzzo il centrosinistra ha perso 170.000 voti; ma il centro destra ne perde 150.000».
Quali rimedi propone?
«Rendersi conto della gravità e della vastità della malattia. Riproporre forti gerarchie di valori, mettere in campo una vera capacità regolatrice, guardare alle priorità dei cittadini. In molti parlamenti, Usa in testa, esistono comitati etici che vigilano non sui reati dei parlamentari,dei quali si occupano i tribunali, ma sulla correttezza dei loro comportamenti. Perché non possiamo introdurli anche noi? Secondo: i partiti devono allontanare chi appare coinvolto in vicende di malapolitica, anche se non è ancora intervenuto il magistrato».
Ma si può dare sempre retta alle inchieste della magistratura? Non tutte si sono rivelate fondate, in passato.
«Infatti sostengo una totale autonomia della responsabilità politica dalla responsabilità penale. In vasti settori dell’opinione pubblica e anche in qualche settore della magistratura c’è l’idea che i rapporti tra politica e economia siano di per sé criminali, e bastano i “sintomi” per provare una colpa. Ho letto le carte della richiesta di arresto per Margiotta (deputato Pd lucano, ndr): se un pm chiede l’arresto portando come prova fondamentale del rischio di inquinamento delle prove il fatto che quell’accusato parlava poco al telefono, c’è qualcosa che non va. Se, come fanno alcuni leader politici o intellettuali, si arriva a dire che chiunque sia sfiorato da un’inchiesta è di certo un corrotto, ci vuol poco a consegnare il Paese a una soluzione autoritaria che si presenti come salvifica. Ma le profezie non bastano. Bisogna prendere misure rigorose nei partiti e nella pubblica amministrazione, altrimenti è difficile combattere queste spinte distruttive».
Come mai tutta questa ondata di inchieste sul Pd?
«Non ci sono complotti. Ci sono i fatti e c’è una concentrazione informativa che ha messo insieme i tasselli sparsi di tante inchieste diverse. Ora fa notizia anche un fuscello che si muova a sinistra. Tra sei mesi potrebbe succedere a destra. Il Paese si muove nel fango, per responsabilità di parti grandi delle sue classi dirigenti, politiche, amministrative e imprenditoriali. Se non ci rimbocchiamo le maniche per prosciugare la palude prevarrà nell’opinione pubblica l’idea che la politica è malaffare e che tutto va affrontato per via giudiziaria».
Zagrebelski accusa il Pd di essere diventato un “partito di cacicchi”.
«Si è creato un rapporto distorto tra centro e periferia. A volte c’è uno scambio silenzioso e non formalizzato: tu nella tua zona fai quello che ti pare, ma in cambio porti voti. Manca ancora la struttura del partito come rete solidale che vigila e evita il consolidarsi di notabilati locali autoreferenti. Questo è un problema che hanno anche altri partiti. Uno dei limiti specifici del Pd è secondo me il governo ombra, non per le persone, che sono eccellenti, ma per la sua funzione».
E perché mai?
«Perché il ministro ombra, come quello vero, non si occupa del partito, non tiene i rapporti con il territorio nel suo campo di azione e condiziona l’azione dei gruppi parlamentari. La conseguenza è una eccessiva parlamentarizzazione dell’iniziativa del Pd, incentrata sul governo ombra, che finisce per svuotare di ruolo i gruppi parlamentari e lasciare la periferia a se stessa».
La crisi del Pd sta ingrassando il vostro alleato Di Pietro. Lei era favorevole all’apparentamento con Idv?
«No, e lo dissi. Di Pietro non c’entra con la sinistra riformista. Se si decide di andare da soli, scelta che condivisi profondamente, si va da soli e basta. Ora Di Pietro sta ponendosi come chi è estraneo al sistema per incassare il dividendo della crisi. Non dobbiamo inseguirlo. Ma bisogna rispondere in modo giusto alle domande alle quali egli risponde in modo sbagliato».
Intanto è finito anche lui nelle intercettazioni.
«Ho visto interpretazioni molto diverse e non intendo unirmi al coro. Questo fango prima lo si affronta meglio è per tutti».
Il Pd non gode di ottima salute politica, però.
«Veltroni non si discute, sta mettendo l’anima in questa impresa e va sostenuto. Ma chi guida il partito deve avere attorno gente solida, strutturata, autorevole e autonoma, capace anche di dirgli di no. Dicendo sempre sì, i caporali finiscono per scavare la fossa ai generali».
Ricambio, dunque?
«Serve un gruppo dirigente fondato su un mix di generazioni perché l’innovazione e il merito non si possono basare solo sull'anagrafe. E lo dico io che sono uno dei pochi che si sono spontaneamente fatti da parte scegliendo di non rientrare in Parlamento. Prendiamo il caso De Mita, ad esempio: è un gran rompiscatole, e senza dubbio è anziano. Ma in nessun Paese ci si sarebbe privati della sua esperienza e intelligenza politica. Da chi è stato sostituito? Non ne ho idea. Ci sono tanti bravi ragazzi e ragazze; ma non vanno bruciati, buttandoli in pista prima che siano pronti. Bisogna prepararli; altrimenti si distruggono. La Lega ad esempio ha molti parlamentari giovani, ma vengono tutti da esperienze amministrative che li preparano. Comunque, finché non si cambia la legge elettorale è inevitabile che i segretari di partito si facciano i gruppi a loro immagine. Lo hanno fatto tutti».
Mettere mano alle riforme, dunque? Ma un Pd così sotto botta non rischia di essere ancor più restio a confrontarsi con questo governo?
«Veramente chi ha detto no al confronto col Pd finora è stato il presidente del Consiglio, sia pure a fasi alterne. Da 25 anni, un quarto di secolo, sappiamo di cosa c’è bisogno per far funzionare meglio l’Italia. Dunque si discuta del merito. Il resto sono chiacchiere. Il federalismo fiscale è indispensabile: si entri nel dettaglio. C’è un consenso sulla cosiddetta bozza Violante? E allora che si proceda, che aspettiamo? Cominciamo a costruire un nuovo sistema politico istituzionale, applicando i principi fondamentali della Costituzione, anche per la giustizia. Senza baruffe preventive. L’intero Paese è sul Titanic».