Nessun complotto, ma tutti spiavano Diana

L’ultima clamorosa novità riguarda la Cia: i suoi agenti intercettavano le telefonate dell’ex moglie del principe Carlo. E l’autista ubriaco era assoldato dai servizi francesi

Erica Orsini

da Londra

La sua morte, in quell’agosto del 1997, dentro al tunnel parigino dell’Alma fu un semplice incidente. L’auto non era stata sabotata e neppure tamponata da una Fiat Uno bianca. L’autista invece era ubriaco e lei non era incinta. Anzi neppure ufficialmente fidanzata. Però era tallonata dai servizi segreti di mezzo mondo e ancora non si capisce per quale vero motivo. La relazione finale dell’inchiesta indipendente sulla morte della principessa Diana smonta tutte le tesi di un complotto per ucciderla, ma apre una nuova pagina della sua storia passata fitta d’interrogativi. Dopo essersi sciroppata in tre anni la lettura di quasi 6mila documenti originali ed aver ascoltato 1.500 testimoni, la squadra dell’«Operazione Paget» come era stata chiamata l’indagine condotta dall’ex capo della polizia metropolitana Lord Stevens, approda dunque alla conclusione più ovvia e scontata, l’unica che non urta né il governo, né la famiglia reale e neppure le autorità francesi. In una conferenza stampa fissata per questo giovedì, dopo aver consegnato il testo del suo discorso sia alla Regina che ai servizi segreti britannici, Lord Stevens andrà a raccontare al mondo che non esiste alcuna prova che Diana e il suo compagno Dodi siano stati vittime di un complotto. Spiegherà che l’autista Henry Paul aveva effettivamente bevuto troppo e che il tasso d’alcol nel suo sangue era effettivamente molto superiore a quello consentito. Secondo le indiscrezioni già uscite sui giornali britannici Stevens escluderà anche che la principessa dei cuori fosse incinta al momento dell’incidente. Non solo, l’anello di diamanti che Dodi aveva acquistato per lei non era un anello di fidanzamento quindi tra di loro non esisteva neppure un legame ufficiale. Insomma, nessun mistero, nessuna regia occulta. Nulla di nulla. Anche il cuore di una principessa come Lady D, può cessare di battere come quello di una comune mortale, a causa di un banale incidente. Questo diranno le carte.
Ma le carte rivelano anche altri segreti, che forse non hanno valenza probatoria, ma inquietano. Secondo quanto scoperto dal domenicale Observer le conversazioni telefoniche di Diana furono intercettate dalla Cia, senza che il governo britannico ne fosse messo al corrente. La domanda che sorge spontanea di fronte a questa rivelazione è semplice come le conclusioni dell’inchiesta: perché? I giornali ovviamente non sono stati in grado di spiegare se Lord Stevens si sia fatto questa domanda e soprattutto se l’abbia posta ai diretti interessati. Sembra però accertato che l’intelligence statunitense ha ammesso di aver ascoltato le telefonate che Diana fece nella notte prima di morire, assicurando però a Stevens che nelle 39 pagine di documenti riservati presenti sulla questione nell’archivio della Cia, non ci sono elementi rilevanti indicativi di una diversa spiegazione della morte di Diana. Stevens non ha visto questi documenti, ma si è accontentato della risposta. La gravità del fatto però non è sfuggita ai politici che ieri rumoreggiavano. Anche perché già piacciono poco le intercettazioni in generale, figuriamoci questa fatta all’insaputa dei servizi segreti nazionali. Ammesso che le cose stiano davvero così.
Ma le sorprese del rapporto Stevens non si esauriscono con le cimici degli americani. Perché è vero che l’indagine afferma che l’incidente fu causato dall’autista ubriaco. Ma non nega il fatto che quest’uomo, dalla personalità controversa e dalla vita poco rassicurante, fosse stato assoldato dai servizi segreti francesi. Stevens ammetterà questa settimana che Paul era nel libro paga della Direzione per la Sorveglianza Territoriale, l’equivalente francese dell’MI5, e al momento della morte aveva circa 100mila sterline su 14 conti bancari disseminati in mezza Francia. Il sospetto che emerge è che qualcuno lo pagasse per essere costantemente informato di tutte le mosse della principessa. Le conclusioni dell’inchiesta sulla sua morte non sono dunque ancora uscite che già scontentano molti, a partire dal quel 30 per cento degli inglesi che rimane convinto che Diana e il suo compagno siano stati assassinati. E ci crede ovviamente anche il padre di Dodi, Mohammed al-Fayed per il quale l’«Operazione Paget» è sempre stata una farsa in cui tutti hanno fatto attenzione a non pestare i piedi né all’establishment né alla famiglia Windsor. E così, in gennaio, andrà a raccontare la sua personalissima convinzione (e cioè che Diana fu uccisa dai servizi segreti britannici su ordine del principe Filippo, consorte di Elisabetta) al Royal Coroner Dame Elisabeth Butler-Sloss incaricata di avviare un’inchiesta formale su una vicenda che rimane in fondo ancorata ad un’unica insoddisfacente certezza. Probabilmente, se Diana e Dodi quella notte avessero avuto la cintura di sicurezza si sarebbero salvati.