Con il Nessun dorma Andrea Bocelli suona la sveglia a New York

Oltre 70mila persone sotto la pioggia in delirio per lo show Ad applaudire un parterre di star: da Donald Trump a Sting

Alla fine lui, felicissimo, ha allargato le braccia quasi per toccarli tutti, i settantamila di Central Park, che applaudivano e applaudivano ancora. Due ore e rotti, un freddo imprevisto e un trionfo che in Italia ce lo scordiamo perché, ha ragione Lang Lang, non si può capire Andrea Bocelli finché non lo si vede negli States. È l’italiano più famoso del mondo e il testimonial dell’italianità più desiderabile, quella del talento. «Neanche i miei figli fino all’altra sera lo immaginavano: hanno dovuto venire qui per accorgersene» ha sussurrato compiaciuto Andrea Bocelli dopo lo show, sulla poltrona della suite al Ritz con la skyline di New York distesa dietro le spalle.

E neppure sono stati indispensabili Celine Dion (che vestita di lamé ha duettato in The prayer dedicata a Liz Taylor) o Tony Bennett, che ha cantato, senza neanche averla provata prima, una strepitosa New York New York. No, né loro due né il trombettista Chris Botti o la immensa New York Philharmonic diretta da Alan Gilbert hanno fatto la differenza, figurarsi: è stato soltanto lui il mattatore, questo tenore che gli americani hanno adottato con un affetto che solo Caruso e, in parte, Pavarotti erano riusciti a raggiungere.

Quando sfilavano silenziosi sull’erba di Central Park, verdissima e disciplinata, uno dietro l’altro verso il palco gigantesco, i newyorchesi sapevano di andare incontro all’evento maiuscolo e bastava guardarli, qualcuno vestito come a un picnic, altri da sera con strascichi e smoking, altri foderati in giubbotti di pelle neppure fosse un concerto dei Metallica, per rendersi conto che Bocelli qui in America potrebbe cantare qualsiasi cosa e sarebbe applaudito come un figlio. E tra l’altro, se la sua voce come l’altra sera è inattaccabile, pulita precisa potente, i battimani diventano standing ovation come quando è arrivato in scena, smoking nero e sciarpa bianca, per La donna è mobile e subito dopo per Di quella pira, abbozzando emozione e sorrisi tirati. «Avevo la tensione positiva, che ti dà energia, non quella negativa, che te la toglie» ha spiegato dopo.

Ma, certo, ci ha impiegato un po’ prima di addomesticare la favolosa onda d’urto del pubblico: e solo dopo l’Ave Maria, iniziando il «Libiamo nei lieti calici» dalla Traviata e poi mescolando napoletanità (O sole mio e Funiculì funiculà) con i suoni italiani del grande cinema (Amarcord di Nino Rota per Fellini e C’era una volta il West di Morricone per Sergio Leone) ecco schiudersi il Bocelli migliore sentito da anni. Poi s’è cambiato d’abito, tutto bianco stavolta, ha slegato il cuore e la gente, persino quella più raffreddata da vento e pioggia, se n’è accorta. C’erano Donald Trump con ciuffo platinato e riporto chilometrico, pedinato da una compagna stile top model, più giovane almeno di quarant’anni. C’era Alec Baldwin, che ha twittato con allegria per tutta la sera. E poi sono passati il sindaco Bloomberg e le sorelle Kim e Kourtney Kardashian (le eredi di Paris Hilton con ancora meno talento). Sting, che abita a due passi, è arrivato poco prima che iniziasse l’overture La forza del destino. E alla fine, quando il pubblico ha iniziato ad andarsene e i taxi a impazzire, l’atmosfera era gioiosa, altro che.

Forse è il fascino inspiegabile della musica a rendere unici questi eventi. E comunque il belcanto conquista sempre. Ma l’xfactor del concerto a Central Park è stata l’italianità, e non solo nel repertorio (immaginatevi il boato quando è iniziata Con te partirò poco prima della conclusiva Nessun dorma). L’Italia più bella, quella che il mondo invidia, era lì nel parco più famoso di tutti. A pochi metri dal palco è nata «Casa Barilla», dove la sera prima Guido Barilla ha incaricato lo chef Massimo Bottura di fare gli onori della cucina, invitando la meglio New York. E l’evento musicale, che sarà trasmesso dalla tv americana e diventerà cd e dvd in uscita il 14 novembre, ha richiesto un anno di lavoro, 1500 uomini impiegati e uno sforzo che la Sugar di Caterina Caselli ha confezionato con quella passione artigianale che comunque la rende un caso unico nella discografia a tutte le latitudini.

Tanto per intenderci, l’evento è stato un’operazione da 10 milioni di dollari e trovatela una major discografica che abbia ancora il coraggio di rischiare così, come ai vecchi tempi, e proprio di questo due broker appena usciti da Wall Street parlavano quando le luci si sono spente a Central Park, dell’incredibile capacità dell’Italia di essere vincente nonostante tutto.