Ma nessun Duca riuscirebbe oggi a gestire certi carrozzoni

di Mimmo Di Marzio

Il modo migliore per aprire il cammino del futuro è raccogliere l’eredità del passato, sostiene un’antica massima orientale. E dal passato lombardo, neppure troppo remoto, emergono fantasmi di tanto in tanto rievocati nelle assise accademiche, che offrono lezioni e moniti al presente, troppo spesso vittima di logiche corporativistiche e qualche volta parassitarie. Il caso del salvataggio della Scala dalla «bancarotta» messo in atto dal duca Visconti di Modrone e da un gruppo di notabili sul finire dell’Ottocento, rivissuto ieri su queste pagine, ha aperto un dibattito sul ruolo che ancora oggi (anzi oggi più che mai) potrebbe avere l’imprenditoria privata nel rilancio di una cultura pubblica esangue, malandata e sempre più esagitata per i colpi di scure della crisi. La foto che apre questa pagina è emblematica dei trascorsi di un ente che ha scritto la storia della lirica mondiale, ma la cui stagione è puntualmente sotto la spada di Damocle di scioperi e agitazioni che rischiano di moltiplicarsi dopo i tagli pubblici che porteranno da cinque a 17 milioni di euro il deficit del Piermarini. La mano privata, che pure nel caso milanese ha dato in questi anni un contributo nettamente più incisivo rispetto alla stragrande maggioranza degli enti lirici, potrebbe stavolta rivelarsi insufficiente mettendo a nudo una volta per tutte l’ingestibilità di carrozzoni appesantiti da decenni di assistenzialismo e da piante organiche inamovibili e sproporzionate. Malgrado abbia meglio di altri teatri italiani saputo approfittare dell’autonomia conferita dalla trasformazione in «fondazione», anche la Scala è costretta a dipendere come gli altri in larghissima parte dai fondi pubblici: dal Fus, per oltre 30 milioni di euro all’anno, e dal Comune per circa sei. Il contributo dei privati, anche nel virtuoso caso milanese, non supera ahimè il 10 per cento del totale. Troppo poco. Il futuro? Anche a giudicare dal tenore dei commenti degli imprenditori intervistati nella nostra inchiesta, un nuovo Visconti di Modrone non c’è neppure all’orizzonte, un privato illuminato in grado di assumersi l’onere della gestione e del rinnovamento di un modello culturale che in Italia guarda con terrore all’ipotesi di mettersi sul mercato. Del resto, inutile nascondere che la grande borghesia dei Crespi, dei Falck, dei Pirelli e dei Bassetti che per decenni ha fatto da traino alla riconversione non solo industriale della Lombardia, sia ormai solo un simbolo del passato. Al posto di quelle famiglie industriali oggi ci sono il terziario, la moda, i servizi. E non è un caso che i «privati» che oggi scendono in campo per gli enti lirici siano soprattutto società a capitale misto: fondazioni bancarie, Camere di commercio, ex municipalizzate.