«Nessun giallo, nessuna congiura: la Alpi e Hrovatin morti per caso»

I reporter italiani erano stati avvisati: ambienti criminali progettavano un agguato. Ma l’inviata Rai rispose: conosco i somali, mi vogliono bene

La vera storia della morte della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin è tutta un’altra storia. Non vennero giustiziati con un colpo ravvicinato alla nuca perché a conoscenza di chissà quali traffici segreti scoperti nei loro reportage in Somalia. Morirono accidentalmente perché a differenza del resto dei giornalisti presenti a Mogadiscio (come ha confermato Giuliana Sgrena del Manifesto) preferirono sfidare la sorte e snobbare le indicazioni di chi aveva avuto sentore di un rapimento o di un attentato verso alcuni giornalisti - e non di quei due giornalisti Rai - sulla scia delle polemiche relative al rientro in patria del contingente militare italiano. È tutta un’altra storia anche perché c’è chi ha mestato nel torbido. Tutti coloro che hanno provato a fare di Ilaria un’icona della sinistra scrivendo articoli non corrispondenti alla realtà in combutta con uomini delle istituzioni, hanno reso un pessimo servizio alla ricerca della verità. Ecco, dunque, come andarono le cose secondo la relazione conclusiva che la commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina si appresta ad approvare, a sola maggioranza, quest’oggi.
Nel marzo 1994, su sua richiesta, Ilaria Alpi viene inviata dalla Rai a Mogadiscio a seguire il rientro dei nostri militari. Una volta atterrata in Somalia, però, la giornalista si interessa solo marginalmente del ritiro del contingente. Resta i città 48 ore, gira con alcuni colleghi e la scorta della Folgore, in attesa di recarsi a Kisimayo, località turbolenta per i primissimi pruriti integralisti alimentati da un certo Osama Bin Laden. Per un caso perde l’aereo e il primo volo disponibile la porta nella città di Bosaso. Da quel giorno fino alla domenica del 20 marzo 1994 (quando verrà uccisa) Ilaria non metterà più piede a Mogadiscio. L’assenza si traduce in una carenza di informazioni rispetto al precipitare della situazione nella capitale con le bande criminali in fibrillazione per la partenza dei nostri parà, bande decise ad attuare rapine, sequestri, agguati nei confronti di militari, giornalisti e/o civili occidentali. Le nostre istituzioni alzano il livello di allerta, irrigidiscono le misure di protezione, limitano gli spostamenti. Il generale Carmine Fiore, comandante in capo della missione, quando Ilaria e Miran atterrano a Mogadiscio avverte loro, e il resto degli inviati di stampa e tv, dei rischi che corrono. A queste raccomandazioni, Ilaria Alpi risponde in buona fede con un pizzico di sufficienza: «Conosco bene la gente somala, nutre per me buoni sentimenti». Così declina l’offerta di Fiore di alloggiare al compound militare «perché all’Hotel Sahafi - dice - posso utilizzare le strutture della Cnn per trasmettere a Roma i servizi».
Quando Ilaria è a Bosaso non telefona mai a Mogadiscio, dove nel frattempo la situazione è ormai drammatica tanto che un imprenditore italiano, Giancarlo Marocchino (che poi proverà a soccorrere la Alpi agonizzante dopo l’agguato) durante una cena si raccomanda energicamente con svariati giornalisti, compresa Carmen Lasorella, di fare attenzione perché alcuni informatori lo hanno avvertito che negli ambienti criminali era stata decisa l’uccisione di un giornalista.
La ragazza del Tg3 e il suo operatore, ignari di tutto, girovagano per Bosaso dove finiscono per intervistare il sultano locale intorno al quale fioccheranno poi negli anni supposizioni e illazioni mai dimostrate, legate anche a presunti, quanto inesistenti, traffici con le navi della società Shifco ricollegabili alle ragioni del duplice omicidio. Quand’è il momento di tornare a Mogadiscio è il 20 marzo 1994. Ilaria e Miran decollano la mattina e atterrano nella capitale alle ore 12.30. In venti minuti raggiungono l’hotel Sahafi. Il tempo di una doccia, di un pranzo veloce, e ripartono a bordo di una Toyota a noleggio. Un solo uomo della scorta è però pronto, l’altro prega in ginocchio sul tappeto che guarda alla Mecca. I due giornalisti hanno fretta. Puntano all’Hotel Amana. In albergo Ilaria resta un quarto d’ora, sembra serena. Alle ore 14.30 locali racconta via filo alla mamma che la situazione è «di quasi vacanza», poi esce con il collega Miran per andare incontro alla morte. A scanso di equivoci va detto che le indagini della commissione hanno fugato tutti i misteri aleggiati sugli spostamenti in auto, su eventuali trappole preordinate nel tragitto, sull’eventuale contatto tra la Alpi e Giancarlo Marocchino prima del duplice omicidio.
Ma torniamo al passaggio in Toyota. Miran è seduto avanti, Ilaria dietro. L’andatura è medio-alta. Una Land Rover azzurra compare improvvisamente dallo specchietto retrovisore, affianca a sinistra, accelera, supera per inchiodare senza preavviso. L’uomo di scorta dei giornalisti è in piedi sul pick-up, teme il peggio. Spara per primo fin quando il fucile non gli si inceppa. Terrorizzato salta giù dalla jeep, corre a nascondersi dietro un muro. L’autista della Toyota ingrana la retromarcia, scavalla il marciapiede, finisce la sua corsa contro il muro. I killer sono scesi. Sparano coi mitra. È l’inizio della fine. Da una distanza di cinque metri, e dunque non con un «colpo a contatto con la testa di Ilaria» come si è detto per anni (lo confermano sia la ricostruzione della polizia scientifica sulla Toyota recuperata rocambolescamente dal consulente Antonio Di Mauro, sia l’esame medico legale del professor Vincenzo Pascali dell’università Cattolica di Roma) i banditi fanno fuoco all’impazzata. Due proiettili raggiungono e uccidono per primo Hrovatin. Quando il corpo dell’operatore si accascia verso il parabrezza, coricandosi sul cruscotto, uno dei tanti altri colpi esplosi in sequenza con un kalashnikov (e non con un’arma corta) penetra nello schienale ormai libero di Miran e prosegue la sua corsa nella testa della povera Ilaria, che è rannicchiata dietro, «invisibile» agli assassini. Ilaria muore. L’autista si salva per caso.
I sei killer (di cui la commissione sa i nomi, nessuno dei quali corrisponde all’unico arrestato e condannato in Italia) risalgono nella Land Rover che scompare nella polvere alzata dalla scomposta ripartenza. Ecco, così sono stati uccisi Ilaria e Miran. Assassinati nello stesso contesto e non in sequenza separata. Non c’è stata alcuna esecuzione. Niente era premeditato. La Alpi non è stata giustiziata per aver scoperto segreti irraccontabili. È morta per caso e per eccesso di imprudenza, come tanti altri italiani in Somalia prima di lei, di cui nessuno si è mai occupato.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it
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