Nessun megafono al nemico

Sull’opportunità, anzi sulla necessità di una strategia dell’informazione - l’informazione occidentale, l’unica credibile - che non enfatizzi gli atti, i detti, gli annunci del terrorismo islamico sono completamente d’accordo. Conosco - li conosciamo tutti, nelle redazioni - i limiti e le insidie che a questa strategia si accompagnano. Essa non può e non deve mettere in discussione il diritto - fondamentale in ogni Paese libero - di raccontare e commentare gli avvenimenti. Non è lecito pensare a forme di censura - del resto inefficaci - e nemmeno a un’autocensura vincolante.
La linea che divide le esigenze etiche dal dovere professionale il più delle volte non è netta, rimane subordinata a valutazioni opinabili. Lo si capì quando il problema che ora si ripropone fu sollevato per le Brigate rosse: i cui comunicati erano nello stesso tempo il suggello di crimini atroci e manifesti ideologici. L’interesse cronistico, e se vogliamo storico, di quei documenti era evidente. Altrettanto evidente era il proposito e il loro effetto propagandistico.
Il discorso sulle Br vale anche per Al Qaida e per le sue propaggini, ma con alcune importanti differenze. Al Qaida non vuole diffondere il suo credo stragista nei Paesi che prende di mira. Sa che non ci riuscirebbe mai. Vuole invece impaurirli al punto che la loro politica e le loro decisioni militari ne siano condizionate. Se questo avviene - è avvenuto ad esempio con Zapatero - i capi del terrore danno l’impressione di tenere la scena allo stesso livello dei governanti democratici, gli uni e gli altri protagonisti di un immane duello.
Ecco, a mio avviso, il maggior pericolo dell’enfatizzazione: che insiste su una minaccia reale, ma che le conferisce dimensioni apocalittiche. Basta un messaggio su un sito internet - questa tecnica la conoscono anche i bambini - perché si scateni l’allarme. Far finta di niente, allora? No davvero. Registrare, prepararsi, indagare. Ma senza ingigantire il nemico. L’immagine che da questo insieme di notizie o brandelli di notizie emerge, quella cioè di una potentissima organizzazione planetaria in grado di colpire dove, come e quando vuole, è quanto di meglio Osama Bin Laden o chi per lui possano desiderare.
So che il suggerire un approccio sdrammatizzante alla minaccia del terrore espone chi lo fa allo scherno e al ridicolo, se poi sopravviene il peggio. Questo è un rischio. Ma è un rischio anche l’avvolgere i kamikaze e i loro truci mandanti di un’aureola di invincibilità, il considerare l’Islam uno spaventoso monolito di fanatici aggressivi e non un mosaico di sette e di etnie rissose. Un mosaico religioso, intendiamoci, nel quale i fanatici e i sanguinari esistono e riescono a colpirci. Affrontiamoli, senza mitizzarli.
Per questi stessi motivi sono molto perplesso sul riconoscimento di uno «stato di guerra» in Europa. Capisco la reazione degli Stati Uniti: dei quali mai era stato oltraggiato, prima del fatale 11 settembre, il territorio. Loro hanno vissuto e vivono una terribile nuova esperienza. Ma l’Europa dovrebbe, per questi pur cruenti attacchi, sentirsi in guerra? Le guerre l’Europa le ha conosciute. C’erano i bombardamenti, c’era la fame, c’erano le città distrutte, c’erano i milioni di morti sui fronti, c’erano le comunicazioni a pezzi. Quella era la guerra nei ricordi dell'Europa. Non questa estate di spiagge gremite, di discoteche chiassose, di telefonini, di pizzerie.