Nessun «pass» al malcostume

Non illudiamoci, non raccontiamoci favolette: le comunità perfette non esistono e nemmeno nella città più amata, che normalmente è la propria, uomini, donne e ragazzi si comportano nel migliore dei modi possibili. Questa storia dell’uso truffaldino dei «pass» per disabili è veramente triste: parenti-serpenti, magari amici senza scrupoli che approfittano di una concessione legittimamente accordata a cittadini in difficoltà per pirateggiare fra i marosi del traffico, che è già tempestoso di suo. È immorale, inaccettabile.
L’inchiesta puntuale de il Giornale ha rivelato che già qualche anno fa si era avuta, netta, la percezione degli abusi e che c’era stato un giro di vite. Poi, a poco a poco, il malcostume ha riguadagnato spazi e oggi i responsabili comunali lanciano nuovamente l’allarme e promettono più rigore e più efficaci controlli. Non scendono nei dettagli, probabilmente per non mettere sull’avviso coloro che credono di essere sempre più astuti degli altri.
Queste vicende hanno sempre una ricaduta socialmente sgradevole, una coda biforcuta come quella del diavolo. Da una parte, sarà più faticoso (in termini d’impegno e di resistenze burocratiche da superare) per i veri disabili ottenere il permesso; dall’altra, molti cittadini vedono con sgomento che altri automobilisti parcheggiano disinvoltamente, grazie allo speciale contrassegno, e poi scendono dalla vettura col piglio degli atleti. È il caso di augurarsi la fatidica «tolleranza zero».
Dicevamo delle città che non sono mai perfette. Anche a Milano la madre dei furbi è sempre incinta, ma per fortuna non c’è tolleranza diffusa per loro. E c’è una tradizione di buona amministrazione che non consente né la rassegnazione né il lassismo. Non sembrino parole grosse, sproporzionate a una vicenda tutto sommato minore. Bisogna convincersi che l’usura del senso civico può cominciare da vicende apparentemente piccole.