"Nessun patto elettorale con la mafia"

Le motivazioni della sentenza di condanna di Dell’Utri mettono in crisi le inchieste sulla trattativa Stato-Mafia Secondo i giudici il senatore Pdl avrebbe raggirato Berlusconi per finanziare i boss. Lui si difende: &quot;Cose trite e ritrite&quot; <br />

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Marcello Dell’Utri ha aiutato la mafia? In uno strano modo, e solo fino al 1992. Come? Raggirando «l’amico» Silvio minacciato dalle cosche e finanziando, coi soldi di Berlusconi, Cosa nostra. Bizzarro. Ma la data è importante: il «concorso esterno» cessa prima della nascita di Forza Italia (1994) che per i mafiologi professionisti sarebbe invece venuta al mondo d’accordo con i sanguinari corleonesi. E prima anche delle stragi del ’93 di cui parla il pentito-flop Gaspare Spatuzza, definito «inattendibile» ancor più dell’«inconsistente» Massimo Ciancimino.
Insomma crolla il teorema del «patto elettorale», su cui pure altre procure in queste ore si stanno esercitando grazie alle elucubrazioni poco precise del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Dell’Utri sarebbe «mafioso» perché avrebbe intrattenuto rapporti decennali con i boss ai quali avrebbe garantito cospicui introiti ingannando, di fatto, l’amico Silvio (che passa per pirla, vittima di un «rapporto parassitario»), costretto ad assumere lo stalliere Vittorio Mangano e a pagare fior di quattrini per evitare il rapimento dei figli, le bombe ai ripetitori tv e alle succursali Standa in Sicilia.

Le motivazioni della sentenza d’appello che ha condannato a sette anni il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri dicono cose curiose e una cosa clamorosa: il presunto patto politico-mafioso stipulato tra il senatore Marcello dell’Utri e Cosa Nostra è «insussistente». Per i giudici dunque non è provato «né che l’imputato Marcello Dell’Utri abbia assunto impegni nei riguardi del sodalizio mafioso» né che «tali pretesi impegni, il cui contenuto riferito da taluni collaboranti (generica promessa di interventi legislativi e di modifiche normative) difetta di ogni specificità e concretezza, siano stati in alcun modo rispettati ovvero abbiano comunque efficacemente ed effettivamente inciso sulla conservazione e sul rafforzamento del sodalizio mafioso».
Insomma, Dell’Utri per la Corte d’Appello di Palermo va comunque condannato, perché «ha coscientemente mantenuto negli anni amichevoli rapporti con coloro che erano gli aguzzini del suo amico e datore di lavoro (...)», e ogni volta che Berlusconi si confrontava «con minacce, attentati e richieste di denaro», era Dell’Utri a proporsi di risolvere il problema «con l’unico sistema che conosceva, ovvero favorire le ragioni di Cosa nostra inducendo l’amico a soddisfarne le pressanti pretese estorsive».

Va da sé che la tesi - quella di un Dell’Utri che inganna Berlusconi e finanzia la mafia - è respinta con sdegno dal senatore del Pdl, che si domanda quali ricompense avrebbe ottenuto dalla Cupola. Ciò detto, le motivazioni dell’appello demoliscono la vulgata del «partito-mafia», e «assolvono» Dell’Utri per gli ultimi 18 anni. Forza Italia non ha nulla a che fare con Cosa nostra. Nessun patto, nessun accordo. Mai. Persino l’ipotesi di un appoggio «personale» di Cosa nostra a Dell’Utri per le elezioni europee del ’99 e per le politiche del 2001 svapora: «Per dimostrare la sostanziale inconsistenza probatoria degli elementi emergenti dalle intercettazioni sarebbe già sufficiente evidenziare come l’imputato alle Europee del 1999 si candidò nel collegio Sicilia-Sardegna e che il preteso massiccio appoggio elettorale fornitogli da Cosa nostra fu tale che egli non venne neppure eletto (...). La tesi accusatoria che (...) vi è stata una massiccia mobilitazione in tutta la Sicilia a favore di Dell’Utri confligge dunque irrimediabilmente con il dato oggettivo e incontrovertibile del fallimentare risultato elettorale».

C’è persino un paragrafo delle motivazioni dedicato alle «aspettative infondate di Cosa nostra» che, spiegano i giudici citando il pentito Maurizio Di Gati, «pur dopo l’impegno sostenuto a favore di Forza Italia nel 1994 (senza che il collaborante sia a conoscenza di pretese garanzie e impegni dati in cambio del sostegno elettorale) erano diffusi alla fine degli anni ’90 i malumori degli uomini d’onore che, a fronte di sperati e attesi interventi legislativi di favore da parte del governo di “centro-destra”, si ritrovavano invece a subire una legislazione sempre più sfavorevole come nel caso della trasformazione in legge del regime detentivo del 41 bis». In fondo lo stesso boss Graviano, che il pentito Spatuzza descrive come «gioioso» quando al bar Doney di Roma gli accenna all’accordo «Stato-mafia», aveva poco da gioire, notano i giudici: tempo pochi giorni finisce in galera. Alla faccia del patto. E di Spatuzza.