Nessun rispetto nemmeno per la sua volontà

Di una sola cosa possiamo star sicuri: Piergiorgio Welby era infinitamente migliore di coloro che l’hanno ammazzato. È nella prova suprema che vengono fuori la verità e il coraggio d’un uomo e Welby ha ordinato al medico: staccami prima di tutto il respiratore automatico, e solo dopo somministrami i farmaci per combattere il dolore. Gli era ostile la macchina, non la vita. Ma il dottor Mario Riccio, l’anestesista arrivato da Cremona per dargli la morte, non ha voluto accontentarlo. «Era improponibile dal punto di vista deontologico e giuridico, avrebbe sofferto troppo», s’è giustificato.
La moglie Mina ha dichiarato che suo marito aveva il terrore di morire soffocato. A giudicare dalla richiesta posta al medico, si stenta persino a crederlo. Possibile che Welby non conoscesse bene, per averle a lungo soppesate, le implicazioni cliniche, morali e legali che quella sua intimazione sottendeva? Staccami il respiratore, cioè fai cessare l’accanimento terapeutico, com’è nel mio diritto di persona pretendere. Poi, assistimi con le medicine appropriate per alleggerire l’inevitabile dolore che ne deriverà, impediscimi di diventare cianotico a causa dell’asfissia, tienimi la mano. Che credevate? È proprio per questo, mica per un intento persecutorio, che i malati di distrofia muscolare o di sclerosi laterale amiotrofica a un certo punto della loro malattia degenerativa vengono in fretta e furia intubati e restano attaccati per sempre a un ventilatore polmonare: per non farli soffocare.
Su avanti, ditemi: capitasse a voi, che cosa chiedereste, in quel preciso istante, al medico? Di lasciare che il vostro stesso respiro vi strozzi, come se aveste un cappio al collo o un sacchetto di cellofan in testa? Pensateci bene. È di questo, non di altro, che si sta discutendo. E non c’è testamento biologico che tenga, di fronte a un evento di tale spropositata cogenza. Quando subentra la paralisi della muscolatura respiratoria, il paziente cessa di vivere per anossia, lentamente, crudelmente, a meno che non lo sottopongano a tracheotomia. «Io l’ho assistito un malato così, un ragazzo di Milano», mi ha spiegato il dottor Giovanni Battista Guizzetti, un medico che da molti anni si prende cura di 14 lungodegenti in stato vegetativo. «S’era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l’aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato ha chiesto con l’ultimo filo di voce: “Fatemi la tracheotomia!”». E mentre si chinava a praticargliela in extremis, il dottor Guizzetti sapeva d’obbedire al giuramento d’Ippocrate e diceva a se stesso: «E se fra uno, cinque o dieci anni si trovasse la cura per la distrofia e la sclerosi? In passato chi avrebbe dato qualche chance a un malato di Aids?».
Il medico venuto da Cremona se n’è fregato della tempistica imposta da Welby. Ha preferito adottare il sistema collaudato dagli aguzzini che eseguono le sentenze capitali nelle prigioni degli Stati Uniti. Più sicuro, meno sporco. I boia americani prima imbottiscono il condannato a morte di sodio thiopental, un anestetico ad azione rapida che fa perdere conoscenza; quindi gli iniettano bromuro di curaro che provoca il collasso del diaframma, in modo da impedire ai polmoni di espandersi; infine mettono nella flebo la dose letale vera e propria di cloruro di potassio che ferma il cuore. Nel caso di Welby il distacco dal tubo ha semplicemente sostituito il bromuro di curaro: la macchina ha smesso di gonfiargli i polmoni. Ma il dottor Riccio dovrebbe spiegarci quale sostanza ha provocato l’arresto cardiaco dopo 40 minuti di spasmi. E dirci qualcosa di più, su quei terribili 40 minuti, perché se nel braccio della morte di Huntsville, in Texas, dove per queste faccende hanno la mano, non c’è condannato che non rovesci le orbite all’indietro e non rantoli atrocemente – ho testimonianze dirette su questa barbarie – è assai difficile immaginare che in un appartamento di Roma possa essere accaduto come per incanto qualcosa di diverso.
Il paziente Welby aveva chiesto per sé l’esatto contrario di ciò che ha avuto. Si preoccupava per la moglie, per la sorella, per il medico, per gli amici radicali, lui. Fanno sempre così, quelli che muoiono: si preoccupano per quelli che restano. Perciò via il respiratore, e poi la sedazione, ha detto. Non viceversa. La tempistica non è affare di poco conto. Chissà quante volte ci avrà pensato e ripensato, nelle sue lunghe giornate di solitudine. «Mi devo concentrare sulla mia morte. È la prima volta che muoio», s’era confidato. L’hanno interpretata come una frase ironica, pronunciata per stemperare la tensione. Stolti. Ma non lo capite? Voleva mettere d’accordo tutti. Medici, carabinieri, giudici, politici, opinione pubblica. Pure la Chiesa, che non trova nulla da ridire sul fatto che il malato possa rifiutare cure sproporzionate, tali da prolungare soltanto un’agonia senza speranza.
È sempre richiesto un altissimo sacrificio personale per mettere d’accordo tutti e questo sessantenne annichilito dall’infermità si apprestava volontariamente ad andarvi incontro a testa alta. Aveva addirittura reclamato che gli dessero i sedativi per bocca, una volta interrotta la ventilazione polmonare, come se con quel gesto intendesse lasciare a futura memoria una qualche traccia di volontarietà – il deglutire – e nel contempo volesse sollevare chiunque da qualsivoglia responsabilità penale. È la stessa determinazione che due mesi fa lo aveva spinto a strapparsi da solo il respiratore, ricavandone 40 giorni di medicazioni e di sofferenze aggiuntive.
Ora gli scocciava l’ennesimo ago infilato in vena con la forza. Non l’hanno accontentato. Strano. Di solito l’ultimo desiderio del condannato a morte viene sempre esaudito, non esiste carnefice al mondo che si sottragga all’obbligo di accendergli una sigaretta o servirgli un doppio cheeseburger con patatine. Con l’ultimo battito di palpebre ha anche invocato una melodia che lo accompagnasse nel commiato: «V-i-v-a-l-d-i». Niente. Non s’è trovato neppure il Cd con le musiche del Prete rosso, gli è toccato andarsene sulle note di Bob Dylan. Chissà perché i radicali, sempre tanto sensibili ai risvolti mediatici delle loro azioni – e, anzi, solo a quelli – stavolta non si sono portati al seguito neppure uno straccio di cronista che ci raccontasse questo tragico requiem.
Non è stato accontentato in nulla, Piergiorgio Welby. Chiedeva di morire da vivo. L’hanno fatto morire da morto. Ora il dottor Riccio confessa che «no, non è stata una cosa facile». Da domani lo sarà meno ancora. E così per sempre, sino alla fine dei giorni.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it