Nessuna apertura: il Vaticano dice no ai preti sposati

Benedetto XVI ha riunito i capi dicastero: confermata la disciplina in vigore. «Ci vuole più formazione»

Andrea Tornielli

da Roma

La Chiesa non intende mettere in discussione il celibato sacerdotale, ma agire nella formazione dei nuovi preti per permettere loro di comprenderlo e viverlo meglio. Il summit dei capi dicastero della Curia romana, convocato ieri mattina da Benedetto XVI per discutere il caso Milingo e le richieste di dispensa e di riammissione dei preti sposati, si è concluso senza alcuna novità di rilievo.
Questo il comunicato stilato al termine della riunione svolta nella Sala Bologna del palazzo apostolico, iniziata alle 10 e durata tre ore: «Nella mattinata di oggi il Santo Padre ha presieduto una delle periodiche riunioni dei capi dicastero, per una riflessione comune. I partecipanti alla riunione hanno avuto una informazione accurata sulle richieste di dispensa dall’obbligo del celibato presentate negli ultimi anni e sulla possibilità di riammissione all’esercizio del ministero dei sacerdoti che al presente si trovano nelle condizioni previste dalla Chiesa». «È stato riaffermato - si legge nella nota della Sala Stampa - il valore della scelta del celibato sacerdotale secondo la tradizione cattolica ed è stata ribadita l’esigenza di una solida formazione umana e cristiana, sia per i seminaristi che per i sacerdoti già ordinati». Dopo aver ascoltato i pareri dei presenti, è intervenuto anche il Papa, che, riferisce un porporato, «si è detto d’accordo su quanto è emerso dall’incontro». E il caso Milingo? Il comunicato non ne parla (mentre ne parlava quello precedente, che annunciava il summit). «Non si è data troppa importanza alle iniziative di Milingo - riferisce un altro dei presenti al Giornale - perché, pur essendoci preoccupazione per il fatto che possa consacrare nuovi vescovi, non sembra che il suo movimento possa riscuotere consensi. Oggi Milingo è scomunicato perché lui stesso si è voluto mettere fuori dalla comunione della Chiesa, ma non si è parlato di scisma».
A quanto pare, dunque, nella discussione non sono emersi progetti o richieste di mettere in discussione la disciplina del celibato: «Nessuno pensa di abolirlo, dobbiamo puntare decisamente sulla formazione per farlo apprezzare meglio come un dono prezioso da conservare». Dal primo comunicato, quello che annunciava la riunione, si poteva evincere la possibilità di qualche spiraglio per quanto riguardava i criteri per dispensare dal ministero e quelli per riammettere i preti sposati che volevano tornare ad esercitarlo. In realtà, anche in questo caso, si è deciso di non modificare nulla. «Abbiamo analizzato quanti sono i casi e quali condizioni sussistono per il recupero e la reintegrazione». I criteri già stabiliti e attualmente in vigore, sono stati confermati. Dunque non assisteremo a cambiamenti su questo. L’impressione di alcuni degli intervenuti al summit è che il Papa abbia voluto una discussione collegiale ma che non fosse intenzionato a deflettere dalla disciplina in vigore, allargando le maglie. Prima di riammettere un sacerdote pentito della scelta di aver lasciato l’abito, bisogna dunque verificare le motivazioni del suo ritorno, le sue condizioni di vita e se abbia o meno ancora una famiglia. In quest’ultimo caso, la scelta è quella di non reintregare nella facoltà di celebrare messa i preti con moglie.
Ma quante sono le dispense concesse e le domande di riammissione? Le prime sono circa 500 all’anno, ma il numero degli abbandoni è più alto, dato che molti lasciano senza chiedere la dispensa al Papa. Le seconde sono in crescita e superano il migliaio. Dal 1965 al 2001 i preti che hanno lasciato per sposarsi sono stati in tutto 68mila. Oggi i sacerdoti cattolici - tra secolari e religiosi - sono più di 800mila. «Le defezioni - hanno scrito ieri su Fides don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello - costituiscono una percentuale irrisoria e quasi fisiologica».