Nessuna calunnia, Dell’Utri assolto

L’assoluzione di Marcello Dell’Utri è costata la vita di Cosimo Cirfeta. La dottoressa del carcere di Busto Arsizio, in cui il boss pentito era ristretto, dopo quattro giorni dell’ultimo suo sciopero della fame e della sete, aveva scritto al direttore del carcere, agli avvocati e all’autorità giudiziaria: «Considerato che continua l’atteggiamento svalutativo, negativo, repressivo e persecutorio nei confronti del detenuto, considerato lo sciopero della fame e della sete da lui iniziato, sono conscia di intendere questa mia odierna comunicazione quale unica via possibile per prevenire un peggioramento delle già critiche e provate condizioni di sofferenza mentale e fisica del Cosimo Cirfeta». E la persecuzione e la repressione l’hanno ucciso: la sera di venerdì 17 marzo l’hanno trovato morto nella sua cella, riverso sul pavimento con accanto la bomboletta del gas del suo fornelletto, con la quale si sarebbe «suicidato».
«L’avevo visitato quella mattina stessa - dirà il suo avvocato - e abbiamo parlato a lungo. Cirfeta mostrava una grande vitalità e una grande vivacità intellettuale, era molto motivato perché stava per ottenere, dopo tanti anni di carcere, la semi-libertà. Il tribunale di sorveglianza doveva decidere dopo qualche giorno, l’udienza era stata fissata per il 22 marzo, e proprio quella mattina era arrivata la relazione del procuratore aggiunto di Bari, che era assolutamente positiva. Cirfeta mi aveva anche parlato della sua attività artistica, della pittura e dell’allestimento di uno spettacolo teatrale. Mi aveva dato l’impressione di una grande voglia di vivere e di una grande determinazione. Non ho notato assolutamente segnali di depressione o di esaltazione. Sono uscito dal carcere verso le 12 e mezza. Appena qualche ora dopo è avvenuta la morte...».
L’incredibile «suicidio» ha impedito a Cirfeta la cosa a cui teneva di più, più ancora della semilibertà, cioè tornare a deporre, l’ultimo giorno utile, al processo per calunnia intentato dalla procura di Palermo contro di lui e Marcello Dell’Utri. Ci teneva a confermare ancora una volta ciò che aveva rivelato ben nove anni prima (la sua prima denuncia è del 24 agosto del 1977), e cioè che nelle carceri, assieme a lui, vivevano tre dei «pentiti» che accusavano Dell’Utri, Francesco Di Carlo, Francesco Onorato e Giuseppe Guglielmini, che non solo si frequentavano, passeggiavano e mangiavano insieme (cosa già tassativamente proibita dalla legge), ma si scambiavano informazioni e concordavano le accuse contro Dell’Utri. E avevano persino cercato di convincerlo, con le buone e con le cattive, a unirsi a loro e a inventarsi lui stesso altre accuse contro l’amico di Berlusconi: «E mi fanno questa proposta, dandomi assicurazione che tramite i loro magistrati mi avrebbero fatto uscire al più presto dal carcere, ma ci sono delle cose che hanno chiesto i magistrati e io dovevo sostenere queste accuse nei confronti di queste persone, dovevo dire che Berlusconi e Dell’Utri erano collusi con la mafia, e specialmente con Bontate e Inzerillo, e che l’avevo sentito dire anche dai capi della Sacra Corona unita...».
Perché anche Cirfeta era un boss della mafia pugliese, ma si era pentito e li aveva fatti arrestare tutti e condannare, fornendo prove schiaccianti, a centinaia di anni di carcere (e c’erano stati anche 28 ergastoli). Pochi pentiti erano considerati più attendibili di lui, e tuttavia nessuno rispose alla sua lettera del 24 agosto ’97, e nemmeno a quelle del 19 e del 26 settembre e del 10 ottobre, e a quelle del 28 aprile e del 30 aprile e del 3 maggio e del 18 maggio del 1998. Finché è Dell’Utri, con cui Cirfeta si è messo in contatto, che nell’udienza del 22 settembre del suo processo per concorso esterno in associazione mafiosa si alza, racconta quello che gli ha detto Cirfeta e chiede che il pentito venga convocato e sentito d’urgenza. I pm si oppongono: c’è una lista di 270 testimoni, dicono, e Cirfeta sarà ascoltato alla fine. Passano due anni dalla sua prima denuncia, nel frattempo Cirfeta, che era in libertà come pentito, viene riarrestato, privato del contratto di collaborazione, chiuso in isolamento, perseguitato, minacciato, ridotto progressivamente alla disperazione (gli muore pure un figlio) in cui l’ha trovato la dottoressa del carcere.
E i pm di Palermo, invece di indagare e processare i falsi pentiti, incriminano Cirfeta per calunnia e chiedono alla Camera dei Deputati l’arresto di Marcello Dell’Utri, complice della calunnia e per il tentativo di inquinare le prove. La Camera il 30 giugno del 2000, pur essendo allora a maggioranza di centrosinistra, respinse la richiesta per 11 voti: se non ci fossero stati questi undici deputati, Dell’Utri si sarebbe fatto, fino all’assoluzione di ieri, sei anni e tre mesi di carcere (oltre la calunnia e l’inquinamento delle prove, c’era l’aggravante dell’aver favorito Cosa nostra, per cui la carcerazione preventiva dal giugno del 2000 sarebbe potuta durare fino ad ieri). Dell’Utri ce l’ha fatta, e questa assoluzione non potrà non influire anche sul processo d’appello in corso contro la condanna a 9 anni che con gli stessi pentiti e con gli stessi pm del processo per calunnia gli hanno inflitto in primo grado per il concorso esterno (se non ha calunniato, le accuse dei «pentiti» sono false). Cirfeta non ce l’ha fatta, e ne è morto, la bomboletta di gas è arrivata prima dell’assoluzione.
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