Nessuna legge è meglio d’una brutta legge

Immaginate. Siete in un reparto di terapia intensiva, dove la persona che avete più cara al mondo giace in agonia, con i tubicini dell’ossigeno infilati nel naso, la flebo al braccio, il catetere in vescica, gli occhi chiusi e un orribile rantolo per respiro che vi spezza il cuore.
È in coma patologico terminale. È stata una malattia che l’ha divorata ed invasa totalmente fino a farla cadere nell’oblio incosciente, profondo e senza ritorno. E se la sta portando via.
È stata colpa di un’infezione, di un’emorragia, di una malattia metabolica, di una patologia neurodegenerativa, o di un maledetto cancro, o di altro ancora, ma questo non importa. L’urgenza in quel momento è un’altra, e ve la comunica il medico che è accanto a voi, con la cartella in mano e l’aria stanca, che vi informa che il vostro amore sta morendo, che non c’è più nulla da fare, né da tentare, né da sperare e vuole sapere, sempre da voi, se deve davvero staccare la flebo, l’ossigeno, i cateteri e tutto il resto, come c’è scritto sulla Dichiarazione anticipata di trattamento e farla finita. Tutto questo avverrebbe subito, prima del suo cambio di turno. In poche ore, aggiunge, quel giorno stesso, tutto sarà finito, tutto sarà compiuto, spetta a voi decidere. E fatelo in fretta.
Immaginate.
Immaginate. Siete in un Centro di risveglio, accanto a un letto dove giace vostro figlio, composto, immobile, tranquillo.
Lo hanno appena lavato e cambiato. Ha una flebo al braccio che goccia lenta, un sondino nel naso per il cibo liquido, e un catetere in vescica. Sembra che dorma. Invece da mesi è in coma vegetativo persistente. Si sveglia la mattina e ha gli occhi fissi, si riaddormenta la sera, non parla, non si muove, non piange, non sorride, non vi riconosce. Non ha mai avuto e non ha nessuna malattia, è giovane e sano, ma ha subìto uno schianto in automobile un maledetto sabato sera, è arrivato tardi e quasi morto in ospedale, e i medici lo hanno rianimato e lo hanno riportato in vita, ma in una vita incosciente in cui mai sarebbe ritornato da solo, essendo appunto questo uno stato di coma indotto e causato artificialmente dalle potenti tecniche di rianimazione che oggi ti risucchiano via dal vortice buio della morte.
Voi lo chiamate, lo toccate, lo accarezzate, ma lui non risponde. È il medico del reparto che chiama invece voi. Ha la cartella in mano e l’aria stanca, e vi chiede se vi siete decisi a firmare l’autorizzazione a sospendere l’idratazione e l’alimentazione di vostro figlio, com’era scritto nella Dat, e vi informa che lui rientra nei «casi eccezionali» previsti dalla legge, e così in tre, quattro giorni sarà tutto finito. Sì, avete capito bene. Coloro che lo hanno riportato in vita, ora chiedono a voi l’autorizzazione ad indurre la morte su vostro figlio, chè spontaneamente non avverrebbe. Per morire, infatti, ci vuole una malattia, una patologia, o un trauma, o la vecchiaia estrema. Vostro figlio, quindi, potrebbe «vivere», così rianimato, anche trent’anni. Se non decidete. E fate in fretta.
Immaginate.
Immaginate ora l’applicazione della legge sul fine-vita, oggi ancora in discussione in Parlamento, sui due casi appena descritti.
Nel primo caso l’autorizzazione determina la sospensione di tutte le terapie sul vostro amore in coma terminale, alimentazione compresa, gli viene lasciata solo un po’ di idratazione e basta. Forse. Voi pensate di alleviargli sofferenze e dolori che non sente, essendo in coma, o almeno di accorciare la sua agonia. Il risultato-effetto è che in poche ore lo vedrete smettere di respirare, ascolterete il suo cuore fermarsi e assisterete rapidamente alla sua morte. La sua vita viene cioè spenta, inutilmente, solo qualche ora o qualche giorno prima della sua fine naturale, che sarebbe avvenuta comunque di lì a breve. A voi verrà fatto notare di aver esaudito le sue volontà, scritte e dichiarate quando lui era in grado di intendere e di volere, e che dovreste essere soddisfatte per aver rispettato in pieno i suoi desideri, e abbreviato il suo calvario, mentre il vostro di desiderio era quello di stringergli la mano calda ancora un po’, di restargli ancora vicino, e dentro il vostro cuore resterà per sempre l’ultima eco di quel rantolo senza speranza, da voi anticipato.
Nel secondo caso, invece, voi non potete dare autorizzazioni alla sospensione di nessuna terapia, perché non ci sono medicine da sospendere, dal momento che quel vostro figlio in coma non ha malattie e non prende farmaci, ma segue solo una semplice fisioterapia quotidiana. Il punto fermo e l’impianto base della legge sul testamento biologico è che non è consentita per nessun motivo, in alcun modo e in nessuna forma l’eutanasia, né attiva né passiva, né l’assistenza al suicidio, e nemmeno la sospensione di idratazione ed alimentazione, non essendo acqua e cibo considerate terapie farmacologiche, e quindi vostro figlio resterà tranquillo in quel limbo in cui è precipitato quel maledetto sabato sera. Continuerà a vivere e respirare autonomamente nella sua profonda incoscienza, immobile, composto, e supino in quel letto che non lascerà mai più. A meno che...
Negli ultimi mesi, con l’intento di ottenere un consenso politico e popolare più ampio, è stato aggiunto nel testo, a firma del relatore del disegno di legge, un breve emendamento, comunque ancora da votare, che prevede e autorizza la sospensione di idratazione e di alimentazione solo in rari «casi eccezionali», casi che possono essere però variamente interpretati, argomentati e ritenuti tali in tanti modi, e che, di fatto, permette e autorizza l’induzione della morte in quegli stessi casi eccezionali, rendendo debole e anche inutile tutto l’impianto base della legge stessa. E poi, quale autorità selezionerà i casi eccezionali da quelli ordinari?
La legge così riformulata rischia di suscitare nuove, infinite e sterili polemiche, e anziché colmare il vuoto legislativo evidenziato un anno fa con clamore durante lo svolgersi del caso Englaro, non darà certezze né ai fautori della vita né ai sostenitori della morte.
I casi «eccezionali» Welby e Coscioni, solo per citare i più famosi, sono stati, per la medicina ufficiale, dei casi di eutanasia e di suicidio assistito, in cui il paziente era di fatto cosciente, quindi in grado di intendere e di volere, e chiedeva con forza la morte anticipata ai propri familiari, morte che comunque sarebbe arrivata a breve. Immaginate e riflettete che anche per casi come questi l’attuale legge sul fine-vita sarebbe inapplicabile, avendo essa come principio fondamentale per la sua esecuzione la perdita totale ed irreversibile della coscienza, naturale e non indotta. E quando questa arriva vuol dire che si è già vicini alla morte. Immaginate quanti medici si dichiareranno obiettori di coscienza di fronte a questo testo?
Da medico non sono disposta ad indurre la morte in nessun paziente né vegetativo né terminale, senza eccezione alcuna. Da parlamentare non sono disposta a votare un emendamento che autorizza l’abbandono terapeutico che io considero una forma di eutanasia. Il punto di arrivo della legge deve essere il rispetto assoluto per la vita e la dignità della persone, che non ammette né deroghe né eccezioni.
Altrimenti meglio nessuna legge che una cattiva legge.

Medico e parlamentare Pdl