Nessuna pietà per trombati & Co.

Caro Granzotto, leggendo mercoledì scorso l’articolo di Emanuela Fontana «Lo sfratto non risparmia il Che: via con gli scatoloni», l’intima soddisfazione per la vittoria nelle recenti consultazioni ha lasciato il posto a una certa amarezza. Mi riferisco alla sorte di quelle donne e quegli uomini che lavoravano - credo con la qualifica di «collaboratori parlamentari», i cosiddetti «portaborse» - per Rifondazione comunista e i Verdi; con la scomparsa dal panorama parlamentare dei loro datori di lavoro hanno perduto il posto e ora sono per strada. La giornalista Fontana afferma che sono una cinquantina e mi lasci dire che non vedo che colpa abbiano per essersi meritati la disoccupazione. Non si tratta di essere di destra o di sinistra, voglio che sia chiaro. Chi perde il lavoro e non per propria colpa merita tutta la nostra partecipazione e sostegno.
Rodolfo Traversi

Bé, sì, certo, caro Traversi. Però partecipazione e sostegno andrebbero allargati anche a quei parlamentari della sinistra falce e martello che da un giorno all’altro si sono ritrovati senza «lavoro», sebbene con due virgolette grandi così. Comunque senza paga. Lei se la sente di solidarizzare? Io no. Quello del parlamentare non è un mestiere, non è una professione. È ricompensato lautissimamente, questo sì, ma non può ritenersi (o forse lo si può ritenere solo per i senatori a vita) un «posto fisso». Staremmo freschi. Per tornare ai nostri portaborse, non credo che chi accetta di lavorare alle dipendenze di un parlamentare ignori le regole. Non sappia, cioè, che il rapporto dura finché dura il mandato del datore di lavoro. Periodicamente sottoposto al giudizio del corpo elettorale, come è giusto che sia in un regime democratico. E poi, su con la vita, caro Traversi. Guardi che i Bertinotti, i Pecoraro Scanio, i Ramon Mantovani e le/i Wladimir Luxuria è tutta gente di sinistra, sinistra vera, sinistra Doc. Gente che è cresciuta a pane, Marx e Che Guevara. E che dunque ha, alla cima dei pensieri, la classe lavoratrice, mica i perdigiorno scioperati che frequentano, mettiamo, l’Hard Rock Cafè di Via Veneto. Mica i bellimbusti che pernottano, a Milano, negli alberghi a sette - diconsi sette - stelle. O che sfoggiano cachemirini uno via l’altro. Tutta gente tosta, caro Traversi, gente che sa cosa vuol dire lavorare, faticare, alzarsi all’alba e via andare con la schiscetta ad armacollo. D’altronde, lo testimoniano i calli che costellano le loro forti mani.
E allora, caro Traversi, perché darsi pena? Dubita forse lei che un Pecoraro Scanio non destini un mille, millecinquecento euro della sua pensione a chi gli fu collaboratore? O non corrisponda un cinquemila euro della sua buonuscita (molto, molto buona) a chi gli resse la borsa? E così Bertinotti e così Mantovani e così i centosessanta e passa ex onorevoli verdi e rossi? Palanche ne hanno guadagnate a carrettate - meritatamente, s’intende - e dunque non gli mancano i mezzi per far fronte alle aspettative di quanti oggi si ritrovano, un po’ per causa loro, loro i Pecoraro Scanio che si son fatti trombare, in brache di tela. Ci metta la mano sul fuoco, caro Traversi: non si passa una vita a ripetere di star dalla parte dei lavoratori per poi, quando è il momento di dimostrarlo nei fatti, fare come l’Alberto Sordi nei «Vitelloni» di Fellini. Ricorda? «Lavoratoriii...».