Nessuna vendetta

Il presidente dell'Iran continua a sbraitare contro Israele. Probabilmente per motivi di politica interna e perché farlo non comporta pericoli. Questo agitatore ignorante e invasato che continua a lanciare le sue minacce e vituperi contro uno Stato e un popolo col quale gli iraniani hanno antichi e forti legami storici di amicizia sa che fra tutti i Paesi tradizionalmente nemici dell'Iran (Arabia Saudita, Irak, Turchia e persino il Pakistan, per motivi storici, religiosi e pretese territoriali) il solo che non userà per primo la forza contro la Persia è Israele.
Anzitutto, come ha ribadito recentemente Sharon, perché non ha intenzione di servire da «punta di lancia» contro l'Iran per togliere le castagne dal fuoco ad altri Paesi che dell'Iran hanno ben più timore di Israele (soprattutto dopo essere stato condannato dall'Onu e dall'Europa per aver distrutto nel 1981 le strutture atomiche irachene permettendo agli alleati, guidati dagli americani, di attaccare impunemente Bagdad nella prima e nella seconda guerra d'Irak). Gerusalemme, al corrente dei negoziati in corso fra Washington e Teheran per permettere agli americani di ritirarsi dall'Irak senza trasformare l'evacuazione in una rotta, è convinta della incapacità europea di arrestare lo sviluppo nucleare dell'Iran. Tutto ciò che la diplomazia occidentale può sperare di ottenere da Teheran è un impegno a non sovvertire troppo presto dopo la ritirata americana la situazione interna dei suoi vicini e probabilmente ad ottenere il diritto di costruire la sua bomba senza però farlo.
Questa è la situazione di Israele che ha un potenziale atomico molto più progredito di quello iraniano ma si è impegnato, secondo la formula ufficiale, «a non introdurre per primo la bomba atomica nel Medio Oriente». Quello che si sta sviluppando è un «equilibro di impotenza», simile a quello che evitò lo scontro diretto fra i due blocchi, durante la Guerra fredda. Con un caveat: il possesso da parte israeliana di un credibile dispositivo di ritorsione. Esso annullerebbe i vantaggi di un attacco iraniano con una spaventosa punizione. Questo richiede un radicale cambiamento in corso nella strategia israeliana. Ad esempio l'eliminazione di basi militari e aerei, troppo vulnerabili, a favore dello sviluppo di una rete di missili anti-missili. La sua efficienza è stata riprovata recentemente con la distruzione nell'atmosfera di un «missile iraniano» con l'antimissile Harrow, messo a punto in collaborazione con gli americani. Richiede, inoltre, il potenziamento della sua flotta sottomarina, recentemente rinforzata con l'acquisto di tre nuovi sommergibili lanciamissili. Parte di essa è in servizio permanente nel Golfo Persico con basi di appoggio che la diplomazia israeliana si è da tempo assicurata in Africa orientale. Israele dispone poi di satelliti spia che tengono ogni movimento «interessante» nella regione sotto controllo.
La pistola più efficace, dice un vecchio proverbio, è quella che non spara. Gli iraniani lo sanno, coscienti però anche del fatto che sino a tanto che potranno unire la minaccia dell'arma del petrolio a quella nucleare, nessuna potenza - specie dopo il disastro americano in Irak - è ormai in grado di tener loro testa. Salvo Israele. Il «cancro» sionista che ha deciso che nessuno ha più il diritto di colpire impunemente gli ebrei come avvenne nella Shoa. La ragione per la quale il movimento nazionale ebraico è tanto odiato - e non solo dai musulmani - è che ha messo fine una volta per tutte alla caccia gratuita all'ebreo.