Nessuno crede più alle favole del Premier

Dunque Romano Prodi è ottimista, elettrizzato: «L’Italia corre», esclama. Fantastico, mirabolante, e noi vorremo davvero credergli. Dunque Romano Prodi sorride, rassicura, e non crede a quello che dice per esempio il New York Times, quando dice che «L’Italia è in declino». Quel reportage - ormai entrato negli annali di inizio secolo - non era scritto con la penna intinta nel calamaio di un facile sciovinismo anti-italiano. Ian Fisher, il corrispondente del giornale americano ha girato in lungo e in largo lo Stivale, parlato con imprenditori, politici, cittadini, discusso persino con lui, con l’inquilino di Palazzo Chigi.

A lui Prodi non lo ha convinto. Così Fisher ha scritto con tono dolente, grande equilibrio, passione (e persino malcelata simpatia per l’Italia) che siamo un Paese «triste» e «privo di speranze». Ma Prodi invece di tutto questo non si cura, parla con entusiasmo, ripete: «L’italia siè rimessaacamminare! », e noi vorremo comunque credergli, perché questo è ancheil nostro Paese.DopoilNyt, però, anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung - serioso giornale tedesco, alieno a qualsiasi campagna giornalistica - è tornata a ribattere sul nodo dolente: «L’Italia è schiva alle riforme earischio di declassamento». Ma Prodi non si cura di questo, e noi vorremmopoter condividere la spavalderia della sua conferenza di fine anno: «Il deficit è al 2 per cento - si è compiaciuto - una cifra che va al di là di ogni aspettativa!».

Deve essere un volontaristico desiderio di tenere il punto, visto che anche il Times si è aggiunto alle due testate che lo hanno preceduto. Ancora più duro, ancorapiù apocalittico:«La dolce vita diventa amara, mentre l’Italia deve fare i conti con l’essere vecchia e povera». Più il coro si fa unanime, insomma, più la negazione di Prodi si fa radicale. Il che è interessante, perché il coraggio per un politico è una virtù preziosa, mentre il disancoraggio dalla realtà è un problema grave. Sul filo di questo sottile e difficile crinale, dove si colloca il pallino del premier, in questo momento, secondo voi? Potrebbe essere un giochino della Settimana enigmistica, ma i segnali che arrivano sono meno comici.

Pochi giorni fa, Prodi si è esibito in una lunga intervista a Piero Badaloni, direttore di Rai International, per spiegare anche agli italiani all’estero che a danneggiare l’immagine dell’Italia sono chiacchieree maldicenze, larvati e innegabili disfattismi. Oltre ai milioni di connazionali all’estero, attaccati alle parabole, in studio ad ascoltare l’intervista di venti minuti, c’erano un campione casuale di studenti romani di liceo, dotati di un telecomando con due tasti per votare il proprio gradimento. A commentare l’intervista erano stati chiamati quattro giornalisti di ogni segno e testata (fra cui il sottoscritto), ealla fine i ragazzi dovevano votare premendo il tasto, se il premier li aveva convinti.

Tutti i giornalisti compreso un «prodologo » doc come Marco Marozzi (La Repubblica) hanno convenuto che l’ottimismo di Prodi era ingiustificato e i timori della stampa internazionale molto documentati. Un solo studente ha parlato, per dire che si sentiva «Senza speranze». E alla fine solo il 25% degli studenti (!!) è stato convinto dall’appello del Professore. «Povero Romano, è un disastro!», ha commentato costernato Badaloni, che essendo un prodiano onesto non nasconde le proprie simpatie. Ieri il manifesto aveva un titolo che suonava come un sottilissimo sfottò: «Prodi: stiamo benissimo». E nel pomeriggio un sondaggio di Sky sembrava fotografareunostato d’animo simile nei cittadini italiani: quasi 8 persone su 10 non condividono l’affermazione del Premier. Solo il 22% di loro pensa che il Capo del governo abbia ragione nel sostenere che l’Italia è tornata a camminare.

Il Prodi di oggi sembra la caricatura del Prodi genialmente imitato da Corrado Guzzanti: «Io sono fèèèermo, caààààlmo, immoòoobile, come un semaààforo...». Il dettaglio grottesco è che il vero Prodi, a Lisbona, ha mostrato di gradire il sarcasmo al punto da ripetere: «È vero, hi-hi, sono proprio un semaààforo... ». Così noi vorremo proprio credergli, ma non possiamo. Se non altro perché il primo a non credere a se stesso è lui. Eforse, questa Italia prodiana così immobile e inutilmente sorridente, l’Italia del semaforo che ride - curiale, pedagogica e ottocentesca - è ferma anche perché assomiglia terribilmente a lui.