Nessuno ha diritto di toccare Abele

In verità i Dieci Comandamenti rischiano ogni giorno di passare di moda; appaiono piuttosto antiquati così come vengono elencati nelle Tavole della Legge di Mosè ereditata dal cristianesimo. Nei secoli che già compongono millenni, essi sono sempre meno esaurienti: il codice comportamentale che ne deriva elenca tutto ciò che l’uomo non deve fare ma trascura quel che può fare, a meno che non si voglia considerare suo diritto solo il contrario di quello che non si deve fare.
Col tempo, si è così venuta affermando una sorta di autonomia, di indipendenza del diritto, spesso conseguente all’ingiustizia sociale, oppure degenerata nelle grandi rivoluzioni che insieme col progresso apportato spesso grondano sangue. In ogni modo, per riferirci anche alla vita comune, i diritti hanno superato quantitativamente e qualitativamente i doveri, questi sempre più trascurati, quelli sempre più esatti.
Ha di recente contribuito a un tale sviluppo, professando le più lodevoli intenzioni, Amnesty International, nata agli inizi degli Anni Sessanta a difesa dei diritti umani, in particolare dei perseguitati politici non esclusa, privilegiandola anzi, la tutela della vita umana considerata intoccabile. In questo senso non si può dire che Amnesty abbia dimostrato una vocazione abortista, per cui stupisce non poco la sua legittimazione in caso di stupro.
Certo, solo a parlarne, il disgusto generato dalla violenza brutale e il disprezzo senza appello per lo stupratore suggeriscono una reazione implacabile. Non si capisce tuttavia perché a farne le spese debba essere l’innocente: quel progetto di vita, germogliato a sua insaputa, che a questo punto ha il diritto inviolabile della vita stessa, diritto alla speranza, alla gioia, al dolore che compongono l’avventura di ogni persona umana.
Sentiamo spesso dire: Nessuno tocchi Caino.
D’accordissimo. Questo però non è un motivo per concederci il diritto di uccidere Abele.