«Nessuno piangerà per Saddam al processo»

L’ex dittatore viene giudicato per il massacro di 140 persone in un villaggio dopo un fallito attentato contro di lui nel 1982

Roberto Fabbri

Quasi due anni dopo essere stato tirato fuori da un nascondiglio da topi dai soldati americani, Saddam Hussein affronta oggi i suoi giudici. Iracheni. L’ex dittatore di Bagdad rischia la pena capitale insieme con sette suoi collaboratori di un tempo per la morte violenta di oltre 140 abitanti del villaggio sciita di Dujail, assassinati nel 1982 per rappresaglia dopo un tentativo fallito di assassinarlo nel corso di una visita.
Il processo è attesissimo, e non solo dai parenti di quei morti, che hanno un ruolo quasi simbolico se si considera il fiume di sangue iracheno fatto versare dal Raìs in un quarto di secolo di potere assoluto. Il premier Ibrahim al-Jaafari, il cui fratello fu messo a morte da Saddam, ha detto che «non ci saranno lacrime» per l’ex Raìs alla sbarra. Ma il procedimento potrebbe essere interrotto sul nascere: la prima mossa dei legali di Saddam sarà infatti un tentativo di delegittimare la corte chiamata a giudicarlo. L’avvocato Khalil Dulaimi elencherà 122 punti per contestare la giurisdizione del Tribunale speciale, i cui cinque giudici, secondo la difesa, sono stati scelti due anni fa da funzionari americani. «Il presidente iracheno Saddam Hussein non può ricevere un giudizio equo da questa corte speciale. È stata nominata illegalmente e non può garantirgli i fondamentali diritti umani», dice una dichiarazione della difesa. E l’avvocato Issam Ghazawi, del cosiddetto Comitato centrale di difesa di Saddam Hussein, ha bollato come «una farsa» il processo all’ex dittatore.
L’obiettivo della difesa è di ottenere un rinvio di tre mesi del processo. L’eventuale sentenza di morte a carico di Saddam verrebbe eseguita per impiccagione trenta giorni dopo l’annuncio del verdetto definitivo. Ma è assai probabile che dopo la prima udienza, dedicata alla lettura dei capi d’imputazione, il processo possa essere aggiornato anche per mesi: le 800 pagine dell’incartamento processuale sarebbero infatti state trasmesse ai difensori solo alla fine di settembre. Un giallo riguarda anche la trasmissione in diretta tv delle udienze, che ora pare esclusa in favore di una differita che permetterebbe di aggirare il rischio più temuto: quello che il vecchio ex Raìs sappia conquistarsi in diretta indesiderate simpatie o - peggio - che faccia affermazioni imbarazzanti per molti che siedono dall’altra parte della sbarra, americani compresi. Sembra comunque che sarà ammessa la presenza di venti giornalisti fra iracheni, arabi e stranieri, ma appunto senza telecamere.
Come dimostra l’entrata in funzione già ieri di rafforzate misure di sicurezza a Bagdad e in particolare nella Zona verde, ci sono ampie ragioni per temere che l’avvio del processo a Saddam Hussein segni l’inizio di una nuova, virulenta fase del terorismo in Irak. Questo è stato sinistramente promesso dalla direzione del partito Baath, che con Saddam era al potere e oggi è passato in clandestinità.
Intanto però la vita politica del nuovo Irak continua. Dopo l’ondata di proteste da parte sunnita, che non accetta la proclamazione anticipata della vittoria del «sì», ieri è stata avviata la verifica dello spoglio dei voti per il referendum sulla Costituzione che si è tenuto sabato scorso. Un alto responsabile della Commissione elettorale ha ammesso che «dai primi controlli si è registrata solo qualche anomalia, ma non possiamo escludere l’errore tecnico o la frode». Se i problemi persistessero, lo sbocco della verifica potrebbe essere un nuovo spoglio totale. E l’annuncio dei risultati ufficiali definitivi, già slittato da ieri a domani, potrebbe subire un ulteriore rinvio.
Si presentano situazioni diverse. Nel sud a maggioranza sciita, i «sì» nel referendum hanno superato il 90 per cento, suscitando perplessità: qui la spiegazione della sproporzione tra effettivo peso delle diverse comunità e voti espressi potrebbe venire dalla scelta dei sunniti di esprimere la loro opposizione alla Costituzione astenendosi. In alcune province del centro-nord dell’Irak invece, dove sunniti, sciiti e curdi convivono, la denuncia sunnita di presunte frodi ai danni del fronte del «no» ha spinto a verifiche particolarmente accurate. È il caso di Ninive e Diyala, il cui esito è cruciale per il risultato finale del referendum, e in special modo della città di Mosul, dove i dati provvisori indicano il «sì» attorno al 60 per cento.