«Nessuno potrà risarcire un’ingiustizia durata 14 anni»

Parla Ferdinando Pinto, assolto in secondo appello nel processo per il rogo del Petruzzelli

Francesco De Leo

Non colpevole. Assolto dopo 14 anni da imputato per il rogo del teatro Petruzzelli di Bari, avvenuto il 27 ottobre del 1991, quando lui ne era il gestore. Assolto giovedì scorso dall’accusa di incendio doloso e colposo, di associazione mafiosa e di falso in bilancio, dopo che nel primo processo d’appello era stato condannato a cinque anni e otto mesi di reclusione, due anni in meno della condanna di primo grado. Assolto, ma ancora coinvolto, quanto meno emotivamente.
Quattordici anni e 18 giorni di carcere dopo, chi è oggi Ferdinando Pinto?
«Sono un uomo uscito da una vicenda dolorosa grazie ad una forte integrità interiore che è servita a superare le terribili angosce, ansie ed umiliazioni di questi anni. Un periodo in cui non ho mai ceduto alla disperazione, anche perché ho toccato con mano che quando stendi una rete, sottile, ma molto diffusa, di relazioni, affetti e stima, allora diventa naturale che tutto ritorni. Ho sempre vissuto con la certezza che tutto quanto avessi fatto, non si fosse disperso».
Come è stato possibile, secondo lei, la costruzione di accuse così gravi da parte delle procure e dell’Antimafia, finite poi con la sua un’assoluzione?
«Guardi, ho fatto una scelta e anche ora le dico che non intendo entrare nelle vicende processuali. Ho ricevuto tantissime sollecitazioni ma non troverà da nessuna parte mie dichiarazioni perché ho sempre utilizzato per difendermi gli strumenti che la giustizia mi forniva: i miei legali. Non credo nella malafede di chi ha orchestrato l’accusa, semmai in una grande incapacità e approssimazione. Penso con amarezza che forse sarebbe bastato qualche racconto sulla mia vita, su come trascorressi le mie giornate. Mi sono sempre circondato di persone con le quali creare una sintesi ideale straordinaria: ricordo una città, alla quale sono legato tantissimo, che oggi non esiste più. Intellettuali, professori, politici, imprenditori illuminati che ci seguivano. La forza ideale di quel teatro, in quegli anni, era la forza di persone e intelligenze che costituivano una meravigliosa risorsa per la città. Il mio lavoro allora era semplicemente coinvolgere e coordinare questa grande energia, traghettarla nello sviluppo artistico di Bari. Bastava controllare».
E adesso, dopo l’assoluzione, pensa a chiedere un risarcimento allo Stato?
«Non immagino neanche l’esistenza di un risarcimento congruo».
Cosa ricorda del suo Petruzzelli?
«Nella mia vita professionale ho sempre creduto che i problemi del Sud andassero risolti partendo dal sud. Avrei avuto certamente più chance economiche e maggiore notorietà, lavorando e progettando all’estero. Ho invece sempre voluto partire da qui, dalle nostre strutture, cercando di adeguarle agli standard europei, collaborando per esempio con l’Orchestra Siciliana e con il San Carlo di Napoli. La mia ambizione era quella di far sorgere un polo culturale del Sud, che si formasse sulle strutture esistenti nel territorio, che si affrancasse dal vecchio divario culturale, economico e sociale e che riuscisse a superare questo gap con grande dignità».
Cosa sente di dire ai cittadini di Bari privati del loro meraviglioso teatro?
«Bari deve ritornare a rivivere di quello spirito di cui era permeata agli inizi del Novecento, dove erano protagonisti personaggi che sognavano di farla diventare metropoli. Furono creati teatri, costruita una grande città culturale. Penso al Petruzzelli, al Santalucia, al Margherita, teatro in legno che fu distrutto da un incendio, ma subito ricostruito. Vi era un grande dinamismo al quale seguì un progressivo rinchiudersi della città in se stessa. Quello che mi ha profondamente colpito, per tornare all’incendio del Petruzzelli, è che di fronte a questo segno della barbarie che ha cancellato tutto in un attimo, non ci sia stata una forza di reazione positiva e contraria, che si sia opposta energicamente per ricominciare».
In conclusione c’è qualcosa da salvare dopo tutta questa storia?
«È il ricordo di un socialista, vecchio stampo ma moderno: il vecchio sindaco di Bari, Pietro Leonida Laforgia, la sua figura è la sintesi completa di questi quattordici anni. Andai a trovarlo mentre era sindaco di Bari e sapevo che per ovvi motivi non poteva difendermi. Ma avevo sentito parlare di suo figlio Michele, che aveva vissuto fuori città laureandosi in legge: avrei potuto scegliere qualsiasi avvocato di grido, ma avevo bisogno di creare con il mio difensore una forte unità morale. Cercavo per una vicenda particolare come la mia un patrocinio passionale, fuori dal comune. Non potrò mai dimenticare quando da sindaco di Bari, in un momento in cui tutti fuggivano, spese per me il suo nome recandosi in commissione Antimafia. Fu un attestazione enorme nel momento in cui attorno a me era terra bruciata. Di fronte alla commissione schierata fornì una testimonianza sulla mia persona. Non fu facile, certamente assunse una posizione scomoda, vista la sua figura istituzionale. Ecco, di questi 14 anni mi rimane almeno l’immagine di un uomo onesto».