"Nessuno volle che io pagassi, ma non so chi..."

L’ex segretario di Palazzo Chigi racconta la sua verità. Su di lui nessuna indagine

Non c’è copertura. L’Italia intera chiede spiegazioni al sottosegretario Carlo Malinconico, ma lui è in una zona in cui i telefonini prendono male. Anzi, non prendono proprio. Fra le montagne i cellulari hanno una funzione solo decorativa. Il suo staff, nuovo di zecca, si fa in quattro ma il tentativo del Giornale di intervistare l’ex segretario generale della presidenza del consiglio s’infrange contro i presunti limiti della tecnologia. Malinconico è in vacanza e soprattutto è introvabile. Passano le ore, il sonnacchioso pomeriggio dell’Epifania si anima: il Giornale prova in tutti i modi a dare voce al sottosegretario con delega all’editoria. Ma non c’è niente da fare. Telefonate su telefonate, lo staff non riesce a mettere in comunicazione il Giornale con Malinconico. Si decide di procedere con le domande via e-mail. Il grappolo dei punti domanda è tutto concentrato sulla vacanza più discussa del giorno: «Risulta che nel corso di una vacanza a Porto Ercole, all’hotel Pellicano, lei non abbia pagato il conto. È vero? A quanto ammontava il conto? A 9800 euro, come ha scritto il Fatto quotidiano?».
Questioni terra terra che però non trovano risposta. O meglio, in serata vengono fate filtrare, col contagocce, alcune frasi attribuibili a Malinconico che però sfortunatamente resta sempre in una zona senza campo. Sì, è vero, la storia c’è tutta: l’avvocato la conferma ma naturalmente ne dà una lettura completamente diversa. «Chiesi - risponde Malinconico dal luogo introvabile - con insistenza all’albergo, a fronte del diniego di farmi pagare, chi avesse pagato». Non poco, perché il conto al Pellicano sfiorava i diecimila euro: 9800 euro per la precisione. Sorpresa: «Mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy».

È una tesi un po’ curiosa: una famiglia va in albergo, non proprio un albergaccio ma un resort da 1500 euro a notte, e ala fine trova, guarda la combinazione, Babbo Natale che sistema tutto. Una soluzione che non capita quasi mai. Ma non è finita, perché Babbo Natale resta rigorosamente in incognito. Malinconico fa fuoco e fiamme, vorrebbe pagare e trova la porta sbarrata, allora vorrebbe almeno sapere chi è il benefattore, ma la direzione del prestigioso hotel mette sulla sua strada una sbarra insuperabile: la privacy.

C’è da stropicciarsi gli occhi, anche se, va detto, la magistratura non ha ritenuto di dover mettere sotto indagine il sottosegretario e non ha formulato la minima accusa. Niente di niente. La spiegazione, filtrata attraverso lo staff, pare quantomeno parziale. Il Giornale torna alla carica, le ore passano, Malinconico resta inavvicinabile. Un fortino nelle nuvole. Certo, il giorno festivo non aiuta. Filtra un’altra frase: «Fu per questo che m’irritai molto e non misi più piede in quell’albergo». Babbo Natale è come il milite ignoto, e allora Malinconico mette una croce su quel luogo delizioso. Lui, è la sostanza, è abituato a pagare e il regalo, per di più orfano di padre, non gli va giù. Nel passato aveva provveduto a saldare di tasca propria, ora questo scherzetto lo mette in imbarazzo. Meglio non farsi vedere al Pellicano. Mai più.

Tutto qua, non c’è altro da aggiungere. Certo, la verità sembra esile, ma Malinconico pare seguire questo filo. E si congeda, senza essersi palesato, con un paio di notazioni. La prima: «Non ho mai incontrato Piscicelli nella mia attività istituzionale». Francesco de Vito Pisciceli che avrebbe aperto il portafoglio su input della cricca. La seconda notazione offre invece un appiglio sul calendario: «All’epoca non ero più il segretario generale di Palazzo Chigi da giorni». Prodi, dunque, se n’era appena andato. Siamo subito dopo il 7 maggio 2008 e a quell’epoca Malinconico era nel limbo: fuori dal Governo ma non ancora alla testa delle Federazione italiana editori giornali. Un momento di transizione. Il momento giusto per andare in vacanza. In un hotel da sogno.