Nessuno vuole la Centrale del latte

Pierangelo Maurizio

Di chi è la Centrale del latte, l’ex municipalizzata venduta nel 1997 e madre di tutte le «privatizzazioni» capitoline? La Parmalat, che ne è formalmente la titolare dopo che nel 1998 Calisto Tanzi la acquistò da Cragnotti per 183 miliardi di lire, la considera ormai una sorta di «non-proprietà». C’è infatti una sorpresa a questo proposito: nel sito internet dell’azienda di Collecchio in amministrazione straordinaria dopo il crac non figura il prestigioso marchio della Centrale, che prima della «privatizzazione» era l’azienda più grande in Italia. L'amministratore straordinario Enrico Bondi, come è suo costume, non rilascia dichiarazioni. Dal management rimandano al «prospetto informativo del 2005».
E nel «prospetto informativo» la Centrale è messa tra i beni sottoposti «a procedura di accertamento della proprietà». Il Tar nei mesi scorsi con una sentenza che continua clamorosamente a passare sotto silenzio ha dichiarato nulla la cessione fatta dal Comune alla Cirio di Sergio Cragnotti nel 1997 per palesi irregolarità (in particolare per la violazione della clausola che vietava a Cragnotti di vendere l’ex azienda pubblica prima di cinque anni). Di fatto, quindi, secondo il Tar il legittimo proprietario è ancora il Campidoglio che però continua a far finta di niente.
Come andrà a finire? «Stiamo alla finestra», è il solo commento che filtra da Collecchio, anche perché nessun addebito - in questo contesto - viene mosso alla Parmalat. La parola spetta al Consiglio di Stato che dovrà emettere il verdetto il 19 dicembre. Sarà l’ultimo (il ricorso alla Cassazione è già stato esperito in questa vicenda). Nessuno lo dice apertamente, ma sia alla Parmalat sia tra gli esperti che si occupano di questo affaire è radicata una convinzione: molto difficilmente il Consiglio di Stato potrà non fare propria la sentenza del Tar, a meno di sollevare nuovi, mastodontici dubbi.
Ad essere sanzionato pesantissimamente dal Tribunale amministrativo è il comportamento per molti aspetti incomprensibile tenuto dal Comune. La Cirio rilevò la Centrale nel 1997 per 90 miliardi di lire, la conferì in una propria società la Eurolat; quindi nemmeno un anno dopo l’Eurolat fu ceduta per il doppio alla Parmalat. Il Comune non solo rinunciò a far valere verso la Cirio la clausola che prevedeva - in caso di cessione a terzi - l’annullamento del contratto e una penale pari al prezzo di vendita, ma si limitò a chiedere un risarcimento prima di un miliardo di lire e poi di 15.
Prima domanda: perché il Campidoglio non ha venduto direttamente la Centrale alla Parmalat incassando il doppio? E la cessione di una municipalizzata è servita a far «fare cassa» a una azienda privata, la Cirio, poi finita in una clamorosa bancarotta?
A Parma intanto è aperto un processo - questa volta penale - che vede imputati Cragnotti, Tanzi e il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, sulla base delle dichiarazioni dell'ex patron di Parmalat, il quale ha detto di essere stato costretto ad acquistare a quel prezzo la Centrale altrimenti non avrebbe avuto i finanziamenti per il comparto turismo del gruppo. Quello che è chiaro è che per molti aspetti la vicenda Eurolat può essere considerata l’inizio dei due più grossi crack finanziari degli ultimi cinquant’anni. Il ruolo avuto dal Comune di Roma invece è tutto da capire.
pierangelo.maurizio@alice.it