«Nesta si decida E su Totti niente crociate»

Parla il ct azzurro Donadoni che auspica una serie A con meno squadre: «Ci sarebbe più spazio per le nazionali»

Caro Donadoni, ha già preparato il suo primo bilancio da ct?
«Non è molto complicato, basta una sola espressione: se parto dalle difficoltà che ci sono state, sono soddisfatto».
Si accontenta di poco...
«No, è che ho fatto tutto in buona fede. Rifarei ogni scelta, anche la più criticata, come quella legata alla partita di Ferragosto a Livorno».
Cominciamo dalle luci: da cosa risulta gratificato?
«Dal mio rapporto col gruppo dei calciatori, dalla loro adesione ai programmi e alle fatiche della nazionale. Sapevo, per esperienza diretta, che dopo un mondiale vinto, ci sarebbe stato una sorta di rigetto. Invece è andata bene. E ho un eccellente rapporto anche con lo staff federale, Pancalli, Riva. Mi sento integrato, insomma».
È pronto a darsi un voto?
«Mi do un 6».
Tra i suoi difensori più accaniti c’è il presidente del Coni Gianni Petrucci: ci spiega questa intesa da dove arriva?
«È una di quelle pianticine che nascono spontanee e che nessuna bufera può abbattere. Conosco Petrucci da quando ero azzurro, con Vicini ct, mi è sembrato, dall’inizio, una persona positiva. Le rispettive carriere ci hanno diviso ma quando ci siamo ritrovati è stato come se ci fossimo frequentati sempre».
Caro ct, lei ha perso per strada quello che sembrava il suo protettore, Demetrio Albertini. Adesso che è passato del tempo può confessarlo: si è sentito tradito da quella fuga?
«Molti han pensato che io e Demetrio fossimo cementati da un rapporto quotidiano e invece anche qui, nei precedenti dieci anni, ci siamo visti, fuori dal calcio, tre o quattro volte al massimo. Sul piano affettivo quel distacco mi ha toccato, mi ha provocato un grande dispiacere. E spero che rientri presto in gioco».
Veniamo alle dolenti note. Allora con Totti...
«Le posizioni non si sono spostate di un solo centimetro. Io e Totti, quando ci parliamo, e lo facciamo spesso, troviamo sempre un punto d’intesa. Quando la parola passa agli interpreti del suo pensiero, allora ci sono i problemi e gli equivoci. Adesso anche Riva ha ripetuto in pubblico quel che io e Francesco abbiamo concordato da tempo: e cioè che appena lui toglierà la placca con le viti, tornerà in nazionale».
Non c’è il rischio che nel frattempo si laceri il rapporto? Toni ha appena dichiarato che Totti deve decidere: dentro o fuori...
«Io farò di tutto per evitare un rischio del genere: sarebbe stupido da parte di tutti. Per non arrivare a un epilogo del genere, la strada da battere è semplice: basta essere sinceri e leali».
Su Cassano si è arreso?
«Tutt’altro. Tra Barcellona, Valencia e Real Madrid, la nazionale ha sempre un osservatore impegnato. Di recente, quando ho letto del provvedimento disciplinare nei suoi confronti, ho parlato con Capello e poi direttamente con lui. So che è rimasto sorpreso favorevolmente. Gli ho detto: se smetti di fare il “gianburrasca”, qui da noi troverai posto. Ma devi chiudere con certe abitudini».
Adesso c’è Nesta che confessa propositi di abbandono... Ma è vero che lei l’ha scaricato?
«L’ho chiamato dopo l’intervento alla spalla per sapere come sta. Gli ho detto: guarisci e stai tranquillo. Questa storia dell’abbandono della nazionale sta diventando una moda. Ricordo a tutti come si comportò Paolo Maldini: un giorno disse che avrebbe smesso e non cambiò più parere. Non va bene fare l’elastico. Se Nesta ha un tarlo nella testa, è come se fosse zoppo».
Gilardino sbaglia anche i rigori: è recuperabile?
«Ha avuto fegato il giovanotto e ho apprezzato il gesto di grande responsabilità».
Passiamo alle luci: lei è uno dei convinti elettori di Cannavaro Pallone d’oro...
«Certo perché c’è in Fabio una grande voglia di spendersi, sempre, coltivando motivazioni per ogni gara, persino per un’amichevole. Come lui, in nazionale, ho trovato Gattuso e Pirlo, Perrotta e De Rossi, Materazzi, gente che chiacchiera poco e si dedica al lavoro».
Ha scoperto in giro qualche giovanotto utile per il suo 2007 azzurro?
«Il nome più interessante è già arrivato da noi, si tratta di Aquilani. Al debutto, a Bergamo, era intimidito. Quando capirà le sue grandi potenzialità, sarà un acquisto boom. Poi ci sono Rosina, Palladino che ho già allenato a Livorno. La Juve mi sembra una palestra eccellente ma anche i giovani del Parma non sono da trascurare».
Sacchi continua a ripetere che il futuro delle nazionali dipende dalla dieta dimagrante che sarà imposta ai campionati: lei, Donadoni, è dello stesso avviso?
«Certo. Da qui non si scappa: o riduciamo il numero delle partite, oppure i calciatori arriveranno stressati agli appuntamenti più importanti della stagione. Quando mai può esserci una bella gara dopo 70 partite accumulate in un anno? Ne ho parlato con Van Basten, siamo tutti d’accordo».
Ha chiesto qualcosa a Babbo Natale per il 2007?
«Sì, un anno di salute per i miei. Basta e avanza».