Netanyahu offre la pace agli arabi 

Il premier: "Non permetteremo ad alcuno di discutere il nostro diritto
all’esistenza&quot;. Poi minaccia la guerra agli iraniani. Le <strong><a href="/a.pic1?ID=340451">tre &quot;teste di cuoio&quot;</a></strong> ora insieme al potere

Pace con gli Stati arabipugno di ferro con Iran e fondamentalisti, negoziati a mezzo regime con l’Autorità palestinese. Il programma di Benjamin Netanyahu e del suo governo extra large forte di una trentina di ministri e sei sottosegretari, è tutto in quei tre punti studiati, soppesati e annunciati durante la cerimonia di giuramento di ieri pomeriggio alla Knesset.

«Israele ha sempre...lottato per raggiungere una pace piena con l’intero mondo arabo e musulmano, adesso quest’aspirazione è resa più forte dal comune interesse d’Israele e stati arabi d’opporsi al fanatico ostacolo che minaccia tutti noi». Dietro quella mano tesa alle nazioni arabe si nasconde un messaggio rassicurante all’America di Obama e un’aperta minaccia all’Iran e ai suoi alleati di Hamas e Hezbollah. «Non permetteremo a nessuno di mettere in discussione il nostro diritto all’esistenza... Israele non può permettersi di prendere alla leggera dichiarazioni e minacce», promette il premier con un esplicito avvertimento a Teheran e a quanti s’illudono che Israele assista senza reagire alla corsa dell’Iran all’arma atomica.

Le promesse di pace con gli arabi e di negoziato con i palestinesi servono invece a rassicurare una Casa Bianca impensierita dai “no” di Netanyahu all’idea di stato palestinese e dalla decisione di affidare la politica estera ad Avigdor Lieberman. Anche sul piano interno l’ex buttafuori moldavo è tutt’altro che una garanzia. Inseguito da una vecchia inchiesta per corruzione che potrebbe costringerlo alle dimissioni l’ex buttafuori moldavo minaccia di togliere l’appoggio al governo se Bibì lo sostituirà con l’esponente di un altro partito. A preoccupare la comunità internazionale è però la mancanza di qualsiasi accenno diretto ad uno stato palestinese. «Non desideriamo governare un altro popolo, non vogliamo governare i palestinesi - sostiene il premier accennando ad un «accordo permanente», ma guardandosi bene dall’aderire al concetto dei due stati e limitandosi a promettere ai palestinesi «l’autorità necessaria per governare se stessi».

Quel negoziato destinato - secondo Netanyahu - a svilupparsi sui «tre binari paralleli dell’economia, della sicurezza e della diplomazia» rischia secondo i più pessimisti di non garantire ai palestinesi una sovranità molto diversa da quella attuale. I primi a farlo notare sono i portavoce palestinesi che liquidano come «poco incoraggiante il discorso» e chiedono pressioni di Washington per garantire i principi fondamentali del processo di pace. «Questo significa restituzione dei territori palestinesi occupati nel 1976 inclusa Gerusalemme Est», ricordano dall’ufficio del presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Ma l’insoddisfazione più esplicita la manifesta il ministro degli esteri ceco Karel Schwarzenberg dichiarando che il discorso di Bibì non incoraggia all’ottimismo e prospettando il rinvio di un già pianificato summit tra la Ue ed Israele.