A New York la corsa del tycoon Bloomberg Berlusconi made in Usa

Bloomberg al terzo mandato da sindaco. E la stampa di sinistra lo appoggia. Nonostante il conflitto di interessi. Il suo impero mediatico continua a ingradirsi e nessuno ne fa uno scandalo<br />

New York elegge un Berlusconi più Berlusconi di Berlusconi. Applausi, soldi, potere: Michael Bloomberg ha vinto quasi senza correre. Terzo mandato da sindaco della città più importante del mondo. Terzo mandato ottenuto oggi grazie a una legge fatta apposta che ha eliminato il limite delle due elezioni. Terzo mandato spendendo oltre 250 milioni, quanto nessuno nella storia aveva fatto per prendersi una metropoli. Una vita per Mike, ricchissimo, proprietario di un impero mediatico sconfinato, bizzoso, ironico, simpatico, bravo. Perché è vero che per tre volte ha vinto praticamente senza avversari, ma è vero anche che non c’erano avversari perché era imbattibile. Vince sempre, vince comunque. Bloomberg è tre volte Berlusconi, nel senso che ha un patrimonio personale molto più grande, possiede televisioni, radio, siti internet, agenzie di stampa. Però nessuno lo odia. Neanche i rivali più liberal, neppure i proprietari dei giornali che dovrebbero essere la concorrenza del suo gruppo: il New York Times lo appoggia invece di criticarlo, anche se dovrebbe rappresentare tutto quello che il quotidiano dice di detestare. Di più: il Times sogna di farsi comprare da Bloomberg.

L’America che adesso viene presa a nuovo modello culturale anche dagli anti americani, si prende questo mostro politico applaudendolo perché ci sa fare, perché ha migliorato la megalopoli più complicata del mondo. Guida il posto più di sinistra del globo, lo comanda parlando da uomo di destra. Dicono che governare una città è diverso da guidare un paese. Ecco, da sola New York prima della crisi aveva il tredicesimo pil mondiale. Allora il sindaco di una cosa del genere vale più di un capo di Stato. È un re, un monarca moderno, un uomo che comanda senza consiglieri e senza opposizione. Bloomberg «è un intoccabile», ha scritto il New Yorker, l’altra fonte di ispirazione del mondo liberal. L’ha attaccato e poi se l’è tenuto definendo il suo modo di governare un «liberalismo pragmatico e paternalista».

Mike vive nel più grande conflitto di interessi planetario: da quando è sindaco, le sue ricchezze sono triplicate e quest’estate mentre correva per il terzo mandato, il suo colosso finanziario ha comprato il settimanale Business Week. Nessuno scandalo, nessuna inchiesta politico-mediatico-giornalistica. Niente e soprattutto neanche una riga sui mezzi di informazione che in Italia vengono presi per l’unica stampa libera e indipendente. Lo sono davvero ed è per questo che non se ne occupano. Perché in America, Bloomberg non deve giustificare i suoi affari privati. Qualche tempo fa il New York Times raccontò una cosa curiosa: a New York esiste un comitato sul Conflitto di interessi, istituito nel 1989 e composto da cinque persone che restano in carica per sei anni. Ognuno di loro è stato nominato dal sindaco di New York, cioè da Bloomberg, quindi dall’uomo che dovrebbero controllare. Siccome non basta, tutti, in un modo o nell’altro, hanno rapporti privati con il Comune di New York. «Non c’è niente di illegale», ha scritto il Times. C’è un palese intreccio tra affari pubblici e personali, ma nessuno invoca la gogna perché la regola non scritta e osservata è il banale buonsenso: fino a quando è fatto tutto con trasparenza non c’è problema.

Il problema, invece, c’è per quelli che devono raccontare la normalità. Perché qui da noi per tutti ci sarebbe l’equazione Bloomberg-Berlusconi, ma nessuno o quasi la fa: non conviene. Non si può invocare il fascismo all’italiana e poi glorificare un altro che si comporta nello stesso modo. Si dice solo il contorno: la sua vita da filantropo, la sua storia da vincente, la sua passeggiata quotidiana fino alla metropolitana per raggiungere l’ufficio da neo ambientalista. Bloomberg, però, non vince per questo: vince perché guida New York come se fosse la sua azienda e continua a fare in modo che la sua vera azienda faccia sempre più soldi. Allora sindaco di nuovo e per molti ancora l’idea di una corsa alla Casa Bianca. Mike è un candidato perenne. Non l’ha fatto l’anno scorso anche se c’era un mondo che lo spingeva. In questo mondo tutti i giornali, molti opinionisti, moltissimi commentatori, il giro dei potenziali nemici che invece lo adorano: il re dei media nel posto più potente del mondo. È un desiderio represso, un sogno irrealizzato. Né per incapacità, né per mancanza di voglia. L’ha detto perché, Bloomberg: «Non sarò mai presidente perché sono troppo ebreo».