NEW YORK La guerra dei giganti di carta

«The New Yorker» spara contro il «New York Times»: una lotta all’interno della sinistra snob

Il gancio l’ha dato Ken Auletta. L’avversario non è ko, ma barcolla, s’appoggia alle corde. Si salva perché finisce il round. Gong. Ken sorride soddisfatto: ha preso in pieno mento il New York Times. Lui è un columnist del New Yorker. È celebre e ha la fama di picchiatore: ha demolito Ted Turner e la Cnn. Ora è il turno di Arthur Sulzberger jr, del suo colosso di carta su nove colonne e di tutto ciò che gli ruota attorno: fama, successo, prestigio. Questa è la lotta tra due giganti: Auletta parla dal New Yorker. Attacca il quotidiano più potente del pianeta, che poi dovrebbe essere il cugino del suo settimanale. Vengono tutti e due dalla stessa parte: l’intellighentia liberal di Manhattan. Vengono da lì, però hanno preso strade diverse. Oggi uno vince, l’altro perde, offuscato da una crisi alla quale si risponde con scoop ritardati che finiscono per peggiorare la situazione.
New Yorker-New York Times è una battaglia di idee e di linee editoriali. È la battaglia tra due giornali che contano politicamente ed economicamente. Auletta racconta la crisi del quotidiano: «Per anni è stato accusato di arroganza, ma è stato ammirato per l’eccellenza. Nessun giornale ha mai vinto tanti premi. Ma la devozione per la qualità è svanita di fronte a una crisi inarrestabile. Tra le duemila persone che lavorano al Times c’è il timore che la missione storica dell’azienda sia seriamente a rischio».
Il Nyt è sempre stato a sinistra: ha strizzato l’occhio all’élite culturale di New York. Il New Yorker fa lo stesso. Liberal, ma ironico e irriverente. Ecco perché accusa il quotidiano: la virata a sinistra del Times è stata eccessiva. Dogmatica. Sulzberger jr, a differenza del padre, ha scelto di sposare una linea politica schierata a costo di commettere errori seri. Il Cia Gate è uno di questi. L’ultimo di una serie. Auletta spiattella in faccia ai «rivali» il caso Jayson Blair, il reporter che inventava reportage e inchieste, che scriveva in ciabatte da una terrazza di Brooklyn, millantando viaggi in giro per il mondo a caccia di notizie, interviste e scoop. Era il 2003: saltarono il direttore Howell Raines e il suo vice Gerald Boyd. Mentre Jayson Blair faceva vergognare la testata, è scoppiata la seconda tappa della depressione quasi irreversibile del giornale. Quella del Cia-Gate e di Judith Miller, la giornalista finita in prigione per non aver rivelato il nome di una fonte davanti a un magistrato federale.
Il New Yorker snocciola dettagli. La guerra si combatte su ogni riga. Anche i soldi sono l’obiettivo: il New York Times ha i conti in rosso, a Wall Street la Nyt Company oggi vale molto meno rispetto al 2000. Tutto questo fa sì che il giornale più importante del mondo da tre-quattro anni viva in una costante crisi di nervi. E ogni volta che cerca di ribaltarla finisce per peggiorare la situazione. Auletta inzuppa la penna in una situazione difficile: è l’ultimo stadio di una concorrenza tra Times e New Yorker che è rimasta a fare da sottofondo per decenni ed emerge ogni volta che è possibile. Poco più di tre mesi fa l’assaggio: Stephen King aggredì il New York Times per aver dato spazio alla «fesserie» del Nobel V.S. Naipaul. La fesseria era la seguente: «Il romanzo è morto e specie dopo l’11 settembre non è in grado di catturare la complessità del nostro tempo». Inorridito, King non ha risposto subito. Ha aspettato il New Yorker Festival. Tanto per essere chiari: se doveva attaccare un Nobel e un giornale, meglio farlo dalla vetrina di un settimanale che avrebbe retto la polemica. E il New Yorker in questo è il massimo: «Quando leggete quella merda sul New York Times, girate pagina».
Nel nome del politicamente scorretto i due giornali se le danno da una vita. In ballo c’è il primato. C’è l’idea di poter dire d’essere il punto di riferimento del bel mondo dell’Upper Manhattan, convinta di essere la guida planetaria della cultura e del saper vivere. Un po’ è anche vero, così come c’è un fondo di verità nel ruolo che svolgono le due testate. Solo che il Nyt non ha capito che un quotidiano elefantiaco quel ruolo non può averlo. A furia di combattere il Times ha lasciato spazio agli altri: è cresciuto il New York Sun, quotidiano che con un ventesimo delle forze della concorrenza spesso lo batte, di sicuro gli dà sempre più fastidio. La guerra allora la sta perdendo Sulzberger jr che vede il suo gioiello impegnato in una fase autodistruttiva. Il New Yorker la guarda e la racconta. Nel 1998 un altro pezzetto di rivalità. In mezzo ci passò Tom Wolfe: aveva appena finito A Man in full e sia il New Yorker, sia la New York Book Review lo stroncarono, per mano di Norman Mailer e John Updike. Allora chi si buttò a pesce su Tom Wolfe per intervistarlo e fargli dire peste e corna dello Yorker? Il Times, ovviamente: «Mailer e Updike hanno paura del futuro. L’età se li sta mangiando».
Due anni prima lo scherzo fu al contrario: la famiglia Sulzberger doveva scegliere il nuovo direttore. Una rosa di nomi, i curriculum, l’esperienze, la professionalità. Lo sapevano tutti chi fossero i due a essere veramente in corsa: Howell Raines e Gerald Boyd. Lo sapevano tutti, ma l’unico a scrivere ogni dettaglio fu il New Yorker. La penna di Ken Auletta, di nuovo: «È una corsa razziale, tra un bianco e un nero». Scrisse tutto, scrisse le amicizie e gli odi reciproci, scrisse le raccomandazioni e gli agganci di ciascuno. Il New Yorker ci prese in pieno, come spesso accade: direttore Howell Raines, il bianco; vice Boyd, il nero. La risposta nel 2000. La direttrice del New Yorker Tina Brown completò il restyling del giornale: tolse dalla copertina Eustace Tilley, il dandy vittoriano che per decenni era stato il simbolo della testata. Su uno sfondo rosa shocking comparve una matrona prosperosa: Eustacia Tilley, la «vedova di Eustace». Nello stesso numero la seconda botta di ironia: consulente editoriale per la monografia sulle donne era Roseanne, un’attrice comica e volgare, che un giorno cantò l’inno nazionale in diretta tv con la mano sul pube, anziché sul cuore. La scelta di Roseanne fece scandalo. Sdegnata soprattutto Maureen Dowd, commentatrice acida del New York Times: «È sgradevole». Il New Yorker rispose: «La collaborazione di Roseanne è stato un messaggio in più di Tina a qualcuno». E la regina dei «qualcuno» era Maureen Dowd.