A New York il jeans diventa un abito chic

New YorkIl sogno americano è la cosa più bella che si possa vedere sulle passerelle di New York, dove alcuni stilisti riescono a tradurre in moda quel misto di speranza e caparbietà, di senso pratico e forza di volontà per cui gli Stati Uniti sono il Paese più ricco e libero del mondo. Per esempio Michael Kors ha fatto sfilare una collezione di pezzi altamente desiderabili oltre che comodi come non mai: dall’impeccabile cappotto sartoriale in cashmere e metallo che si può arrotolare come una palla in valigia, alla deliziosa borsetta in pelliccia che all’occorrenza diventa un caldissimo cuscino da viaggio.
«La crisi economica ha cambiato le esigenze della gente, oggi tutto si basa sulla versatilità» spiega lo stilista nel backstage mentre le modelle toccano esterrefatte un paltò senza maniche morbidissimo e leggerissimo pur essendo fatto in robusta nappa invecchiata ad arte. Quella del cappotto tagliato come un gilet da usare anche a pelle come vestito è senza dubbio una delle tendenze migliori lanciate per il prossimo inverno dagli stilisti americani. Non a caso il capo più bello della convincente collezione con cui Reed Krakoff ha debuttato ieri in passerella, è un abito a colonna color panna che visto da vicino rivela la sapiente costruzione sartoriale del capospalla e tutta la versatilità di un modello indossabile in mille modi diversi. «Mi sono ispirato al lavoro di Joseph Beuys, ma soprattutto alla vita delle donne» spiega nel backstage il quarantacinquenne designer da 13 anni direttore creativo di Coach, il colosso degli accessori con un giro d’affari di 3,23 miliardi di dollari (circa 2,36 miliardi di euro) che ha deciso di scendere in campo anche con la moda. L’idea di battezzare la nuova linea con il suo nome di origine austriaca e francamente difficile da pronunciare è l’unica cosa che non ci sembra del tutto felice di questo progetto. Del resto Reed Krakoff è davvero straordinario: ha cominciato a lavorare come commesso in una boutique di Versace quando ancora studiava stilismo alla Parson’s School di New York e l’anno scorso ha messo a segno utili per 622 milioni di dollari (circa 455 milioni di euro). Il suo segreto? «Lavorare anche il sabato sera nonostante abbia una moglie, quattro figli e molti hobby tra cui l’arte e la fotografia» dicono i collaboratori mentre lui serafico risponde: «Vengo da una famiglia che aveva abbastanza per farmi fare quel che volevo, ma non abbastanza per vivere senza far niente».
Diesel Black Gold, marchio ammiraglio dell’impero fondato da Renzo Rosso, torna sulle passerelle di New York con un nuovo direttore creativo: Sophia Kokosalaki. La talentuosa stilista di origini greche da tempo gravita nell’orbita dell’imprenditore veneto che ne controlla il marchio con la Staff International, ma in effetti non si è mai cimentata con l’universo del jeans storicamente dominato dalla creatività maschile. «Ci ha portato la sua visione femminile, un tocco di freschezza e sensualità» sostiene patron Renzo alla fine della sfilata di cui si ricordano soprattutto i vestiti in denim ingabbiato nel tulle nero, l’abito fatto da un bustier asimmetrico in pelle nera con gonna di denim delavé e i jeans skinny che più skinny non si può. Niente di nuovo sotto il sole, insomma, nemmeno quando si parla del calendario di Milano anche se poi Rosso butta lì una frase risolutiva per il gusto di far polemica. «Penso che il governo dovrebbe proteggere di più il sistema - dice - peccato che l’Italia sia un Paese che ha tanti governi: le regioni, i comuni, le province, il Papa. Finiremo per vedere le sfilate sul web». In effetti il fenomeno è già cominciato tanto che la stampa americana dedica ampio spazio ai blogger ormai diventati personaggi da prima fila: Tavi Gevinson, tredicenne con i capelli grigi e un’arietta saccente e Bryan Boy, un altro critico in erba cui Marc Jacobs ha già dedicato una borsetta chiamata BB.
Nella blogsfera non abbiamo trovato tracce della sfilata di Tibi dedicata a un ipotetico incontro tra Napoleone e Giuseppina che invece di amoreggiare si scambiano i vestiti. Si trovano invece ampi ed entusiastici commenti allo show di G-Star per non parlare di quello di Marc by Marc Jacobs che ai blogger è sembrato la risposta di Dio alle loro preghiere. A noi sono semplicemente sembrate due belle collezioni: G-Star per l’uso interessante dei colori forti e decisi dei fumetti di Dick Tracy, Marc per l’incrocio ben riuscito tra il surplus militare e la couture. Ma da qui a parlare di miracoli, ce ne corre.