New York, rielezione record per Bloomberg

Vittoria con oltre il 58%, 20 punti in più dello sfidante. Mai un repubblicano ha fatto meglio


Michael Bloomberg ha già ricevuto la telefonata dell’avversario Fernando Ferrer: «Complimenti, il vincitore sei tu». Ha vinto lui, il sindaco uscente. S’è guadagnato altri quattro anni alla guida della città più importante del mondo. Ha vinto lui repubblicano in una roccaforte democratica. E l’ha fatto con un margine enorme: 58,49%, 20 punti in più rispetto al candidato democratico fermo al 38,72%. Il risultato non è mai stato in dubbio, eppure la vittoria di Bloomberg è importante. New York è una città strana: alle elezioni presidenziali e a quelle del Congresso i democratici vincono a mani basse, con percentuali sempre vicine al plebiscito. Un anno fa dalle urne per la Casa Bianca John Kerry ottenne l’80 per cento dei consensi. Lo stesso discorso per i seggi del Senato, dove il risultato è così scontato che spesso i repubblicani candidano personaggi di secondo piano. Al Comune il contrario: due volte Rudolph Giuliani, adesso due mandati consecutivi di Mike Bloomberg. Entrambi repubblicani anomali, ma pur sempre repubblicani alla conquista della capitale dei liberal Usa.
Dodici anni di seguito di amministrazione conservatrice evidentemente hanno lasciato soddisfatti i newyorchesi tanto da riconfermare Bloomberg con il miglior risultato della storia dei repubblicani nella Grande Mela. Per la rielezione il sindaco uscente ha speso meno rispetto a quattro anni fa: 69 milioni di dollari, contro i 75 del 2001. All’epoca Bloomberg conquistò New York nel momento peggiore della città: fu eletto due anni dopo gli attacchi dell’11 settembre. Vinse con un vantaggio risicato, dopo una gara molto diversa da quella di quest’anno.
In quattro anni di governo l’imprenditore prestato alla politica ha ridato dignità a una città ferita. Aveva ereditato un deficit di cinque miliardi di dollari della gestione Giuliani, ottima sulla lotta alla criminalità e pessima sulla politica economico-finanziaria. Bloomberg è riuscito a ripianare il bilancio e contemporaneamente ha continuato la lotta alla criminalità. Così si è ripresentato agli elettori. Ha trovato l’appoggio di star dello sport e del cinema, come Magic Johnson e Kathleen Turner. Per tutta la campagna elettorale, il sindaco in cerca di conferma non ha commesso errori. Non ha ceduto alla tentazione di sentirsi vincente in partenza nonostante potesse contare su un divario enorme in termini di preferenze rispetto al rivale. Il signore della Grande Mela non ha mai abbassato la guardia e domenica scorsa quando ha girato per due volte l’intera città ha continuato a ripetere la stessa frase: «Credo che chiunque dia per scontate certe cose commetta un terribile errore. Io certamente no, intendo continuare a lavorare sodo fino a martedì».
A preoccuparlo c’era il sostegno che Ferrer aveva tra i portoricani e «latinos», il gruppo etnico più in ascesa in città e sempre più influente nella politica americana. Bloomberg è stato premiato perché ha saputo interpretare le esigenze di New York. Comprese quelle dei democratici. Già prima delle elezioni i sondaggi avevano avvertito: la metà degli elettori registrati come democratici aveva dichiarato di preferire un secondo mandato di Bloomberg piuttosto che mettersi nelle mani di Ferrer. Non mentivano.