A New York torna la

L’allarme di giornali e televisioni: liberi i fratelli siciliani di «Pizza Connection», pronti a gestire il traffico di droga della Grande Mela

da New York

La serie televisiva Sopranos ha concluso la sua ultima stagione con un indice d’ascolto record. Girato tra New York e le villette italo-americane del New Jersey, il serial aveva portato un po’ d’umorismo nel mondo drammatico e violento della mafia americana. Ma quest’ultima torna sulle prime pagine dei giornali Usa non più come serie tv e nemmeno come uno dei grandi film che hanno dato lustro hollywoodiano alle famiglie siciliane. Stavolta Cosa Nostra torna sulle pagine di cronaca perché il clan dei siciliani sta riemergendo come superpotenza nel quadro della criminalità organizzata della Grande Mela.
I protagonisti dell’indimenticabile Pizza Connection stanno infatti uscendo di prigione, dopo aver scontato lunghe pene per essersi rifiutati di testimoniare contro le cinque grandi famiglie newyorchesi. Tra il 1975 e il 1984 la mafia siciliana aveva trasportato eroina negli Usa, riciclando i soldi (più di un miliardo e 600 milioni di dollari) in alcune pizzerie nel quartiere di Forest Hills. Ventidue mafiosi erano stati accusati di questo traffico internazionale da un giovane procuratore di nome Rudy Giuliani: alcuni, saliti sul banco degli imputati, non parlavano nemmeno una parola d’inglese.
Più di 50 milioni di dollari erano stati spesi per condannare i capi della Pizza Connection, i tre fratelli John, Joseph e Rosario Gambino. Ma se Joseph era stato estradato in Sicilia, gli altri due fratelli adesso sono tornati in libertà. E quei lunghi anni in carcere li hanno aiutati a riorganizzare un business internazionale che, stavolta, li farà trafficare non più in eroina ma in marijuana. Autore dello scoop è stato il giornalista del New York Post Murray Weiss, veterano cronista di nera della città. Secondo lui la famiglia Bonanno avrebbe un nuovo capo, originario di Castellammare del Golfo, in Sicilia, proprio come il leggendario Joseph Bonanno che ispirò il Don Vito Corleone di Mario Puzo: è Salvatore «Sal the Ironworker» Montagna, 35 anni, cui i ranghi del clan hanno affidato le redini delle operazioni di famiglia. Rischia quindi anche di ricominciare la guerra tra clan, che aveva visto migliaia di morti nelle stradine di una Little Italy che oggi è occupata, in larga parte, dalla nuova Chinatown. Mafia cinese e mafia siciliana potrebbero far incendiare questo piccolo quartiere di New York. Da quando i due Gambino sono tornati a piede libero, l’Fbi non li perde d’occhio. «Vi aspettate che in prigione siano stati riabilitati?», ha ironizzato un agente federale. Secondo il Post, i Gambino e altri gangster torneranno a fare quello di cui sono esperti: «Il narcotraffico è qualcosa che capiscono, per cui hanno la rete e soprattutto il rispetto». L’Fbi e il governo italiano hanno già messo a punto un piano d’azione, che prevede la presenza di due agenti Usa a Roma e di due poliziotti italiani a Washington. L’iniziativa, battezzata Progetto Pantheon, garantisce lo scambio di intercettazioni e di intelligence sui casi aperti e sui contatti tra mafia siciliana e Cosa Nostra negli Usa. I legami sarebbero forti, e non solo geografici (molti mafiosi americani sono originari di paesi come Borgetto o Castellammare del Golfo, soprannominata negli Usa «Don-town» perché «esporta» mafiosi). Chi pensa che i due fratelli siano troppo anziani, si sbaglia: a Little Italy c’è ancora John «Sunny» Franzese, condannato nel 1967 per rapina. Dal suo rilascio (nel 1978) ad oggi, l’89enne è stato arrestato altre cinque volte mentre s’incontrava con la famiglia Colombo. Il giudice gli aveva vietato di incontrare altri mafiosi, ma una settimana fa è finito in manette mentre mangiava un donut con un soldato del clan Colombo. «Ci rivediamo presto», ha promesso l’ottuagenario, che non ha nessuna intenzione di andare in pensione.