Newman si raccontava così. L'intervista alla Fallaci

Mi faccia un favore, signor Newman: si tolga quegli occhiali neri. Tra quegli occhiali e quella barba da rabbino non sembra nemmeno lei. Ma perché va conciato così? Si direbbe, ecco, che lei abbia vergogna di sé, del suo perfettissimo viso. Coraggio, li tolga, non c’è mica nulla di male, sa, a essere belli. (Lentamente, svogliatamente, il divo si toglie gli occhiali, rivela assieme a uno sguardo doloroso, severo, due laghetti azzurri, impreziositi da pulviscoli d’oro. Gli occhi del divo, giunto a Venezia da New York per presenziare al Festival, sono bellissimi. Sono bellissimi, però, anche le orecchie, i denti, il naso, le mani. Il divo, insomma, è bellissimo tutto. E nella consapevolezza d’esser bellissimo siede, nel suo appartamento d’albergo, masticando chewing-gum).
«Io, quando mi dicono si tolga gli occhiali, voglio vedere i suoi occhi celesti, mi arrabbio come una bestia. Proprio come quando mi dicono lei è così bravo e poi ha due occhi talmente celesti. Si ha sempre l’impressione, a esser belli, che la gente ti accetti per ragioni sbagliate: insomma non perché tu sei tu ma perché sei bello. Tennessee Williams ha scritto molto su questo, sull’agghiacciante influenza che la bellezza fisica ha sugli altri in America. In Europa non so, forse è diverso, ma in America si chiede sempre a un uomo o a una donna d’essere belli e la pagana adorazione che si fa della bellezza ha qualcosa di anticristiano, di orrendo, e perché no? di umiliante. Uno vorrebbe essere riconosciuto per ciò che ha fatto con sforzo, non perché è alto un metro e 90 e ha le gambe lunghe, il torace robusto, il naso greco, e gli occhi celesti. Che merito c’è a essere belli? La bellezza ce la regala la mamma, o il buon Dio: non si conquista. E questa odiosa esigenza del cinema, essere belli, dà una tale angoscia».
Non se la prenda, via: non si può aver tutto a questo mondo, e ciascuno ha la sua croce. Quanti anni ha signor Newman?
«Trentotto».
Ecco, ancora dieci anni, 15 al massimo, e poi passerà: non ci penserà più. Certo li porta bene i suoi 38 anni.
«So che il mio corpo ha bisogno di tremila calorie giornaliere e non gliene fornisco una di più: distribuendo le tremila tra mille di cibo e duemila di latte o di birra».
Porti le mille a duemila, le duemila a quattromila e la croce si alleggerirà ancora prima. Mi dica: è per questo che appare così diffidente e scontroso? L’ho osservato, sa, l’altra sera al Palazzo del Cinema: mentre assisteva con Martin Ritt, il regista, alla proiezione del suo film Hud il selvaggio. La gente applaudiva e lei, anziché ringraziare contento, si guardava le scarpe.
«Non solo. È che io non funziono bene tra la gente, gli applausi, la curiosità. Non a torto non vado mai ai festival: questa era la prima volta e sarà anche l’ultima. Per esempio: a me piace star sulla spiaggia, nuotare, e come si fa a star sulla spiaggia con quella folla che ti preme intorno e quei fotografi che ti seguono nell’acqua? Dà angoscia, imbarazzo: come quando, non so, devo andare al Chinese Theatre di Hollywood per la prima di un film e appena scendo dall’automobile la gente si mette a gridare. Una cosa è stare sul palcoscenico quando il sipario è abbassato e la gente ti applaude: ti applaude perché hai fatto uno sforzo, un lavoro. Una cosa è scendere da un’automobile e ricevere applausi perché scendi da un’automobile. Vede, io ho sempre pensato che recitare non sia una professione creativa: creatore è chi scrive, non colui che interpreta. E questa glorificazione ingiustificata per colui che interpreta è perlomeno ridicola. Insomma su questo argomento io la penso come mia moglie, Joanne Woodward, che una volta mi disse una cosa stupenda, davvero stupenda. Eravamo in Israele per girare Exodus e andavamo a mangiare nel ristorante dell’albergo che ha una finestra lunga quanto l’intera parete, al livello del marciapiede. Bene: ogniqualvolta andavamo a mangiare trovavamo lungo quella finestra una fila di cento nasi schiacciati sul vetro, cento paia d’occhi che fissavano curiosi. Al terzo giorno Joanne disse: “Sai, Paul. Dopo questo, credo che non sarò più capace di andare allo zoo”».
Certo la vostra è una vita durissima, assolutamente infelice. Meno male che guadagnate tanti di quei soldi da essere risarciti del danno. Voglio dire: gli applausi sono noiosi ma quando vengono ricompensati in milioni... è un conforto.
«Sa: per ora lavoro nove giorni su dieci per il governo: la mia tassa è del 91 per cento e la pago fino all’ultimo cent. Tutto si può dire degli americani eccetto che non paghino le tasse. È dalla guerra di Corea, accidenti, che si paga il 91 per cento su ciò che guadagniamo. Però il nove per cento che metto in tasca mi basta a vivere bene e anche a far qualche pazzia: come quando andai a comprare un portascì per la mia automobile, il portascì staccato non c’era, c’era solo un’automobile col portascì, e così comprai l’automobile col portascì».
Un bel conforto, ammettiamolo.
(Severamente). «Non bello, oltraggioso. Perché ingiusto. Tutto ciò che è ingiusto, è oltraggioso. Ed ecco un’altra cosa che mi dispiace nel mestiere d’attore: il guadagno eccessivo. Non è colpa dell’attore, d’accordo, non si può cambiare la legge irrevocabile della domanda e dell’offerta: però non è giusto lo stesso. Esiste una tal sproporzione tra la posizione di privilegio di cui gode nella società moderna un attore e la posizione di inferiorità in cui si trovano altre categorie: non trova?»
Eh, sì. Anche questa è una croce.
«Perché sa, il fenomeno non si verifica mica soltanto nei Paesi capitalisti: anche nei Paesi comunisti gli attori vivono oltraggiosamente bene; lì, invece di denaro, hanno onori. Io, quando leggo i cartelloni del balletto di Mosca e vedo scritto “Ballerina Tal dei Tali, premio Stalin”, oppure “Ballerino Tal dei Tali, medaglia Lenin”, mi dico: ma è giusto? È giusto che certa gente sia messa sullo stesso piano dei generali, dei vescovi, e sia fatta baronetto o milady dalla regina d’Inghilterra, e sia ammessa alla presenza di John Kennedy, di Nikita Krusciov, della regina Elisabetta? Ma la cosa peggiore lo sa qual è? È quel diavoletto che per la frazione di un attimo ti buca il cervello e ti fa pensare: “Ehi, Paolino, guarda un po’ cosa ti succede! Sei proprio straordinario, Paolino. Finalmente hai quello che meriti, Paolino”». (Scuote la testa, addolorato, e i laghetti azzurri hanno un lampo di malinconia).
Dice sul serio, signor Newman?!
«Certo che dico sul serio. Non ho alcuna voglia di scherzare. Chissà perché, quando uno è onesto e dice cose oneste, la gente pensa sempre che scherzi, o che posi, o che reciti».
Allora, guardi: lei s’è scelto proprio la carriera sbagliata. Non le resta che cambiare mestiere.
«Perché? Si divorzia forse dalla donna che s’ama per qualche litigio? Fare l’attore per me è come esser sposato a una donna di cui s’è innamorati ma con cui si litiga continuamente. Per esempio: è bello interpretare una storia, non è bello doverla interpretare dinanzi al pubblico. È bello porsi dinanzi alla macchina da presa sapendo che quel personaggio puoi renderlo in cinque modi diversi, non è bello camminare per strada e sentir dire “Pss! Psss! Quello è Paul Newman”. È bello entrare in un ristorante affollato e trovar subito un tavolo libero, non è bello esser guardati col sopracciglio rialzato: come sta facendo lei».
Sono travolta dall’ammirazione: ecco tutto.
«No. Dalla convinzione di avere a che fare con uno scemo. È bello, quindi è scemo».
Orson Welles dice che la bellezza aiuta l’intelligenza. Chi è bello non ha complessi, chi non ha complessi è più libero, chi è più libero è più intelligente. Un attore bello quindi è intelligentissimo.
«Io non ero partito con l’idea di fare l’attore, non ho mai avuto la polvere del palcoscenico nelle vene eccetera. Io mi sono laureato in Scienze politiche e volevo insegnare regia, fare il regista è ancora il mio sogno, una volta ho perfino girato un filmino: a mie spese. Mica per proiettarlo, per divertirmi; una cosuccia di 20 minuti, anzi 21, suggerita da un monologo di Anton Cechov. Infatti non m’è riuscito. Ci ho lavorato ben quattro giorni e non m’è riuscito. Si vede che non sono creativo». (Sorride: bellissimo).
Ma no: perché si mortifica? Sono sicura che lei è molto creativo.
«Sono interpretativo: l’ho detto. Altrimenti come si spiega che sia diventato subito attore? Oltretutto lo divenni per scherzo, per caso. Deve sapere che al Canyon College, dove studiavo, io non frequentavo la compagnia teatrale del College: giocavo nella squadra di calcio. Sì, sono sempre stato sportivo, mio padre era proprietario di un negozio di articoli sportivi a Cleveland, Ohio. Ma un giorno bevemmo un po’ troppa birra, finimmo in guardina, la squadra si sciolse e io, per consumare il mio tempo, entrai nella compagnia teatrale. Per scherzo, per caso. O destino?».
(Compunta) Destino, destino.
«Forse sì, se penso che il mio primo film fu Il calice d’argento, il peggior film mai realizzato in America. Ed essere sopravvissuti a Il calice d’argento... Eh, sì: il successo non mi è venuto dalla sera alla mattina. (Punta il dito) Meglio, però. Il successo improvviso non è sopportabile, turba l’equilibrio, rovina la gente: è così difficile separarsi dal personaggio che la popolarità ti ha creato, e non separarsi è immorale. Bisogna studiare, studiare. E io ho molto studiato: studio ancora, lo sa? Frequento l’Actor’s Studio ed è questo che rende il mio mestiere onorevole. Assolutamente onorevole».
Nessuno ne dubita.
«Alcuni sì. Dubitano anche dell’Actor’s Studio. Dicono che tutti quelli dell’Actor’s Studio recitano nel medesimo modo, attribuiscono all’Actor’s Studio tutte le colpe, le strizzate d’occhi, le smorfie. Si capisce: la gente ficca il naso nell’Actor’s Studio e poi dice d’averci studiato. Ma chi ci ha studiato davvero... (Indignato). Le pare che Julie Harris reciti come Geraldine Page? O mia moglie come Shelley Winters? O Karl Malden come Tony Franciosa? Peggio: le pare che io reciti come Marlon Brando? O pensa anche lei che io assomigli a Marlon Brando?».
Eh, sì. Un pochino sì. (La frase è imprudente. I due laghetti azzurri diventano ghiaccio: ci si potrebbe quasi pattinare).
«Io quando i giornalisti mi dicono “reciti come Marlon Brando” o solo “assomigli a Marlon Brando”, volto loro le spalle: niente è più sciocco e più comodo che affermare“è un altro Brando, è un altro Clark Gable”; ci si toglie la responsabilità di un giudizio. Ma, se non volto le spalle, punto il dito e chiedo loro: “Qual è la qualità principale di Marlon Brando?”. Avanti: qual è? (Cauto silenzio). Glielo dico io qual è: è la capacità di rottura, è bruciare come un vulcano che sta per esplodere. È l’essere Brando e nient’altro che Brando, vale a dire il miglior attore che abbiamo negli Stati Uniti. E tuttavia restare Brando. Guardi, non lo dico perché Marlon sia amico mio, non è amico mio, è solo un mio conoscente, un collega col quale avrò scambiato sì e no 400 parole: ma io non ho la capacità di rottura che ha Marlon, io non sono sempre io. Sono un cowboy se devo fare il cowboy, un chirurgo se devo fare il chirurgo, un gigolò se devo fare il gigolò. E la gente mi guarda come si guarda un cowboy, un chirurgo, un gigolò. In Marlon invece la gente guarda Marlon che fa il cowboy, il chirurgo, il gigolò. Quanto alla mia somiglianza fisica, se c’è, e un poco c’è, non posso farci niente. Al massimo, portare la barba come un rabbino».
Ah, per questo porta la barba.
«Ma lei cosa vuole da me? Prendermi in giro?».
No, no: solo farle il ritratto.
«Che ritratto?!».
Lei parla e viene fuori il ritratto: anzi l’autoritratto.
«Non voglio ritratti, né autoritratti. Uno comincia col fare il ritratto e poi vuole fotografare i tuoi figli. Nessuno ha mai fotografato i miei figli. Io non permetto di fotografare i miei figli».
Ma chi vuole fotografare i suoi figli?! Qui siamo a Venezia e i suoi figli sono a New York. E la sua famiglia, signor Newman? (Di nuovo i laghetti diventano ghiaccio).
«La mia famiglia è un santuario e nessuno è mai entrato in quel santuario. So che alcuni la sfruttano, la propria famiglia, per pubblicità. Io non ho nessun obbligo di farmi pubblicità. Solo di recitare meglio che posso. Tutto il resto è inutile: come lasciare le impronte delle mani e dei piedi sul marciapiede del Chinese Theatre a Hollywood».
Sì, però su quel marciapiede ci sono anche le sue impronte. Di una mano e di un piede.
«Scalzo. Mi tolsi la scarpa e lasciai l’impronta».
Lei è un anticonformista, lo so.
«Chi le ha detto che sono anticonformista? Odio certe etichette. Essere anticonformista è stupido come essere conformista: l’anticonformista deve sempre dire di no e il conformista deve sempre dire di sì. In entrambi i casi l’atteggiamento è poco intelligente. Io non sono poco intelligente e a volte dico di no, a volte di sì. Sono anticonformista per esempio quando vado in motoretta: a New York si può circolare solo in motoretta, col traffico che c’è. Sono conformista, invece, quando dico che mi piacciono le donne».
Quello non è conformismo, è buona salute.
«... e quando la gente mi dice: tu sei di destra o di sinistra? Rispondo: non sono né di destra né di sinistra, né liberal né conservatore, in certe cose hanno ragione i liberal e in certe cose hanno ragione i conservatori. Non appartengo a nessun partito. La verità sta sempre nel mezzo, in politica e altrove: era scritto anche sul Washington Post, l’altro giorno».
(Conciliante, un po’ adulatoria). Ciò non le ha impedito di prendere posizione, a favore dei neri: di andare in Alabama, con Marlon Brando, di partecipare alla marcia su Washington...
(Per niente conciliante). «Perché? Non avrei dovuto? Un attore non ha forse il diritto di dire la sua, di inserirsi nella vita politica del proprio Paese? Essere attori toglie forse la cittadinanza a una persona? Ah! Tu non sei che un miserabile attore, un male informato, un isterico, hai gli occhi celesti e non leggi, cosa ne sai, cosa vuoi saperne, di cosa ti impicci? Come se io e Marlon avessimo la reputazione di gente che cerca la pubblicità. Lo sa che pubblicità ci siamo fatti? Di agitatori. E lo sa con che risultato? Che Gli ammutinati del Bounty, il film di Marlon, doveva essere proiettato dopo dieci giorni e non è stato più proiettato, e il mio film Hud il selvaggio, già in proiezione, non reggerà dieci giorni».
Senza dubbio ha avuto coraggio, quella posizione era pericolosa per la sua popolarità, certa gente ha reagito malissimo...
«Me ne frego di come hanno reagito. Me ne frego della popolarità. Il compito di un attore non è quello di custodire la sua popolarità, è quello di usare la sua popolarità per una causa giusta, muoversi, fare qualcosa. Io disprezzo chi non fa nulla e, se la maggioranza non fa nulla, non è detto che stia con la maggioranza; se le leggi diventano opprimenti, ciò non significa che si debbano accettare le leggi. Ciò è coraggioso? Non credo. Stare fuori della norma non comporta coraggio, farsi nemici nemmeno: chi non ha nemici, non ha carattere. Io ce l’ho, il carattere, anche se ho gli occhi celesti, e così sono andato nell’Alabama: a dimostrare a quei neri che qualcuno si preoccupava di loro. E dopo l’Alabama ho fatto la marcia su Washington. Oh, è stato bellissimo, sa? Pensi a duecentodiecimila persone che marciano dal monumento di Washington al Lincoln Memorial: alcune con l’aria di partecipare a un pic-nic, altre con l’aria di andare a una guerra, altre con l’aria di celebrare una cerimonia religiosa, altre ancora ridendo, sì, c’era molto senso dello humour, soprattutto da parte dei neri, tutti però con la consapevolezza di contribuire al risveglio della coscienza, americana. La cosa più importante che sia avvenuta negli ultimi dieci anni in America, creda, e c’erano anche i miserabili. Attori, bianchi, neri, verdi, viola, Marlon Brando, Paul Newman, Harry Belafonte, Burt Lancaster, Sidney Poitier, Charlton Heston, Diahann Carroll, Tony Franciosa, venuti apposta da Chicago, Los Angeles, New York, e nessuno, per farsi pubblicità. Tantomeno per stupidità...».
Ma lei ha un complesso, signor Newman. Orson Welles dice cose inesatte. (La frase è infelice. Il divo si offende).
«Ho il complesso di farmi i fatti miei, di stare a casa mia, con mia moglie, i miei figli, il mio lavoro, e non parlare mai di me».
I suoi figli...
(Seccamente). «Ne ho cinque. Due nati dal matrimonio con Joanne, tre dal matrimonio precedente».
Sua moglie...
(Seccamente). «Mia moglie è una gran donna. Ci incontrammo cinque anni fa, recitando a Broadway in pic-nic». (Guarda l’orologio, impaziente).
Recitate spesso insieme...
«Sì, perché con lei non posso barare: so che mi guarda, mi giudica, mi conosce, e non tento neanche di ripetermi quando lavoro con lei, di ricorrere ai soliti trucchi, i manierismi cui ricorre generalmente un attore. E poi perché è preferibile abbracciar lei anziché una estranea. Amo mia moglie».
La vostra casa nel Connecticut, vicino a New York...
«Abitiamo nel Connecticut, o a New York». (Riguarda l’orologio, impaziente. Il dialogo è assolutamente penoso).
E perché non a Hollywood?
«Perché preferisco New York».
E perché preferisce New York?
«Perché non mi piace Hollywood».
Peccato che sua moglie non sia venuta a Venezia.
«Gli operai stanno mettendo la tappezzeria in soggiorno».
In Europa...
«Noi stiamo bene in America. Non sono ammalato d’Europa. La gente deve stare dove è nata, dove ha le radici». (Riguarda l’orologio, ha proprio l’aria di volersene andare).
Be’, allora la lascio, signor Newman. Lei è molto simpatico. Mi spiace che non le abbiano dato il premio a Venezia e...
«Non me ne importa nulla del premio. Recitare non è una competizione sportiva, una corsa a ostacoli per arrivare primo. E poi si sa bene come funzionano i premi, sia ai festival che agli Academy Awards: più che un attore, si premia una casa produttrice, un Paese, più che una onesta valutazione si fa un gioco politico, di convenienza. E quando il giudizio non è libero, la medaglia di quel giudizio che importa? A me basta che dicano: ecco un uomo onesto che fa il suo mestiere onestamente». (Rimette gli occhiali neri, saluta ma freddo, se ne va masticando chewing-gum).