Newyorkistan Dove guardie e ladri sono intercambiabili

Se la polizia di New York è quella che appare in Pride and Glory - Il prezzo dell'onore di Gavin O’Connor, visto ieri al Festival di Roma, dalla delinquenza che cosa la separa? L’uniforme. Dai tempi di Serpico di Sidney Lumet (1972), evidentemente qualcosa è cambiato, ma in peggio. La «tolleranza zero» e l’11 settembre non hanno interferito seriamente nella contiguità fra guardie e ladri, che li rende per lo più intercambiabili.
La New York di O’Connor è un incubo nevoso, un territorio occupato, un Afghanistan senza montagne ma coi grattacieli. Un Newyorkistan, dove quasi tutti credono di parlare inglese, ma nessuno lo parla bene e dove comunque una parola su due è fuck.
Ci sono stragi a ripetizione e tradimenti senza imbarazzo, episodi del declino di una civiltà in preda a sussulti agonici. Se Spengler vedesse O’Connor, lo riconoscerebbe come un continuatore.
Forse il mondo è sempre stato così e il cinema ha potuto mostrarlo come tale solo ora.
Forse le esigenze di spettacolo inducono i registi ad andarci sempre più pesante. O tutte e due le cose. Fatto sta che nel Newyorkistan di O’Connor si affrontano due etnie. Gli oriundi irlandesi appunto, che sono in maggioranza nella polizia di New York, e gli ispanici. Ambedue gli schieramenti sono largamente presenti anche nel campo opposto. E l’infiltrazione è anche in famiglia. Per Natale si ritrovano i personaggi di Jon Voight, Edward Norton, Colin Farrell e Noah Emmerich: sono tutti agenti, ma accanto all’integerrimo Norton e c’è il corrotto Farrell.
Quest’ultimo non è un tossicomane: è un padre di famiglia, gioca coi figlioletti, ma non esiterebbe a passare un ferro da stiro incandescente sul neonato di un sospetto. Quindi, se non un film insolito, Pride and Glory è un film con qualcosa di nuovo nel genere. Ed è un altro film che merita d'esser visto.