Nick Cave: "Vivo circondato da droga. Perciò il mio rock è cattivo"

L’artista australiano pubblica il nuovo cd con i Grinderman Concerti in Italia da mercoledì: "Sul palco sono più rumoroso"

Ma che cosa ci si può aspettare da un artista ombroso e geniale che cambia nome alla sua band ma i musicisti sono (quasi) gli stessi, poi pubblica canzoni intitolate Topolino e l’Uomo Arrivederci, suonate (anche) con un mandolino elettrico fantasiosamente chiamato Mandocaster, e comunque una più incazzata dell’altra? Un signor disco, ecco, Grinderman 2 è un signor disco punto e basta. Attenzione, l’ideatore, che è Nick Cave, ha 53 anni, da quasi trenta è l’araba fenice sporca e cattiva del rock perché scompare e poi rinasce e cambia forma, lo definisce semplicemente «più diretto del precedente, che infatti si chiamava solo Grinderman». E poi per rendere l’idea cita Maometto e persino Buddha prima di fermarsi a un più conciso e concettoso «è comunque molto diverso da quello che facevo con i Bad Seeds».

Grazie, Nick Cave. Però magari qualche dettaglio in più aiuterebbe.
«Sì, siamo stati in studio al massimo per cinque giorni. Abbiamo improvvisato, abbiamo sbagliato ma il risultato ci è piaciuto da matti. Come Bad Seeds siamo insieme da un bel po’ ma non avremmo pensato che cambiare nome alla band ci facesse scoprire cose così nuove».

Ossia?
«La chiamerei sperimentazione rumorosa».

Lei canta e scrive testi audaci e forsennati come Mickey Mouse & the Goodbye man su due fratelli parassiti. E poi ne dedica tre alle donne: Worm tamer, l’ipnotica Heathen child e When my baby comes.
«E registrare quest’ultima per me è stato quasi un orgasmo. Un orgasmo selvaggio».

Sì, ma le donne?
«Maometto diceva: “Le donne sono la metà gemella degli uomini”. Per me rimangono protagoniste della mia vita e delle mie canzoni, rispecchiando di volta in volta la mia attitudine verso di loro».

E adesso qual è?
«Non so rispondere, sono le 11 del mattino e per me è troppo presto. Me lo chieda più tardi».

Intanto lei ha collaborato spesso con cantanti e artiste. Persino con la sua connazionale Kylie Minogue.
«Nel 1996 abbiamo inciso il duetto Where the wild roses grow».

Per questo brano lei ha anche ricevuto anche una nomination agli Mtv Awards. Ma l’ha rifiutata.
«Di quel periodo ricordo soprattutto Kylie. Sono pazzo di lei, in quel momento però ero fidanzato con Polly Jean Harvey».

Vuol dire che si era innamorato di Kylie Minogue?
«Sì ma il nostro è stato solo un amore platonico, non ho mai dormito con lei. Ma, se capiterà l’occasione, sarò ben felice di collaborare ancora. Diciamo che io mi sento sempre una scimmia sulle spalle di Kylie. Però, occhio: io sono felicissimo con la mia attuale compagna».

Dicono che le abbia dato molta serenità. In fondo, caro Nick Cave, lei ha un passato pieno di eccessi, droga e alcol per intenderci.
«Io vivo ancora circondato dalle droghe, sono sempre ovunque».

Tentazioni?
«Magari qualche volta. Ma diciamo che, dopo vent’anni da tossico, credo di aver dato già abbastanza».

Adesso le frustrazioni diventano distruttive solo su disco.
«Ha sentito il disco Grinderman2?».

È persino post punk: un pugno in faccia alla dolcezza. In Evil, per esempio, canta quasi parodiando Robert Plant. E il testo, poi.
«Credo che Buddha dicesse che è la nostra mente a portarci alla cattiveria, non i nemici o gli avversari. Ecco, parlo di questo. Comunque nel disco c’è tutta l’energia che abbiamo. E dal vivo quelle canzoni diventano ancora più potenti».

Mercoledì sarete al Live Club di Trezzo sull’Adda e giovedì all’Atlantico Live di Roma.
«Preparatevi».

Perché?
«Abbiamo già fatto alcuni concerti. E l’altra sera, credo che fossimo a Manchester, l’effetto è stato davvero devastante. Sono molto ma molto contento di come suoniamo e dell’energia che riusciamo a trasmettere quando attacchiamo gli strumenti all’amplificatore. Penso che suoneremo un bel po’ in giro per il mondo».

Quindi non ha in programma di tornare a recitare. Lo ha già fatto nel Cielo sopra Berlino di Wim Wenders e ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik del 2007.
«No, per carità, non credo proprio di ritornare su di un set. Hollywood? È solo una macchina da soldi che non mi interessa per nulla. Anche in questo caso, ho già dato».