«Nicolò era buono, l’ho visto morire»

Pelle abbronzata come chi ha passato tutta la vita in strada, baffoni spioventi e forte accento campano. Antonio Bevilacqua, giostraio di 59 anni, quel vigile ammazzato come un cane, lo conosceva bene. «Quante volte mi faceva spostare il camper o avanzava qualche piccolo rimprovero. Ma sempre con grande gentilezza». L’ultima volta, l’altra sera, gli è stata però fatale. Mentre parlava con Antonio, Nicolò Savarino è stato travolto da un Suv e trascinato per trecento metri fino al bar Anna, dove Veronica lo ha visto morire mentre il suo collega gli teneva la mano e gli diceva «Nicolò non mi lasciare».
«Una bravissima persona, ci conoscevamo ormai da anni, da quando gli era stata assegnata questa zona. Buono come il pane. Mai un gesto di rabbia o un atteggiamento arrogante». Seduto nella cabina del suo camper parcheggiato davanti alla stazione Bovisa, Antonio lo ricorda così. «L’altra sera era venuto da me, “Anto’ non vedi che il camper di tua figlia è messo male? Dai, fallo spostare che intralcia il traffico”. Io allora sono sceso dal mio mezzo, ho fatto pochi metri e ho chiamato mio genero. In quel momento è arrivato il Suv». Il macchinone piomba alle spalle del giostraio e lo colpisce al piede sinistro. «Mi è rimasto il piede incastrato, non ho visto nulla, solo sentito Nicolò che urlava al conducente di fare retromarcia. Quando alla fine il Bmw si è spostato sono caduto a terra. Ma ho sentito distintamente che ingranava la prima mentre Niccolò gli urlava “Ferma, ferma”. Poi le grida, il rumore delle gomme sull’asfalto».
Il balordo prosegue nella sua corsa criminale, incastrati sotto le sue ruote il vigile e la sua bicicletta. Esce dal parcheggio piega a sinistra e poi a destra imbocca via Varè qualche decine di metri ancora poi all’altezza del civico 28, davanti al bar Anna il povero “ghisa” si sgancia finalmente dal parafango del Bmw e rotola a terra.
«Sono uscita per le grida, ho visto un gran trambusto. Davanti a me quel povero corpo martoriato» racconta Veronica, 26 anni. Intanto arrivano altre persone che avevano inseguito il macchinone cercando a gesti di farlo fermare. Qualcuno sconvolto piange. «Un ragazzo, lo ricordo bene, singhiozzava mentre mi raccontava del povero vigile trascinato sull’asfalto». Trecento metri di dolore. «Ho gettato lo sguardo, era seminudo, l’attrito gli aveva “bruciato” la divisa, nemmeno di vedeva che era un vigile. L’ho capito solo quando è arrivato il suo collega». L’altro ghisa infatti aveva tentato un improbabile inseguimento in bicicletta, finito davanti al corpo dell’amico straziato.
«Appena arrivato ha gettato la bici da un lato e si è chinato. Ha chiesto a gran voce un lenzuolo per coprirlo, poi gli ha preso la mano. Il poveretto respirava ancora a fatica, scosso dagli spasmi della morte. Lo sentivo ripetere come una litania “Nicolò non mi lasciare, rispondi, fatti forza”. A un certo punto mi è sembrato che il povero agente lo abbia sentito, ha alzato per un attimo lo sguardo verso di lui, quasi tentasse di rispondergli, poi gli sono mancate le forze e si è accasciato. È stato terribile» conclude Veronica con un filo di voce.
Subito dopo le sirene annunciano l’arrivo delle ambulanze, i medici iniziano a prendersi cura di Nicolò Savarino, ma Veronica aveva visto bene: il vigile era morto tra le braccia dell’amico.