Nicola Salvatore, da Brera «Passaggio a Casablanca»

Le opere più recenti del comasco Nicola Salvatore sono esposte da giovedì 14 ottobre fino all'11 novembre alla storica galleria d'arte Venice Cadre di Casablanca.
In questa mostra personale Salvatore dichiara già dal titolo, «Au sud de mon sud. Passage à Casablanca», di avere intrapreso un viaggio artistico aperto alle suggestioni dei paesaggi e dei colori marocchini, riconoscendo in quel paese corrispondenze con la sua terra d'origine e più in generale con il bacino del Mediterraneo, sua naturale area di appartenenza.
Campano di nascita, Nicola Salvatore, insegna a Milano all'Accademia di Brera ed è autore, insieme ad Aldo Spoldi e a Gualtiero Marchesi, del recente libro «Il Bello è il Buono», nato come manuale ad uso degli studenti dei laboratori di Salvatore e Spoldi «Trattoria da Salvatore» e «Cristina Show», ma così interessante da coinvolgere anche un pubblico di lettori più vasto, curioso delle visioni filosofiche del mondo dipanate facendo luce sugli intrecci con le tecniche delle belle arti e con quelle culinarie.
Le opere presentate a Casablanca sono state create in Marocco e il tempo necessario per la loro realizzazione, ha lavorato anche sull'artista, portandolo ad affiancare ai suoi temi del cuore, riletti in un confronto aperto alle contaminazioni di questo paese, nuovi soggetti come le Palme e i Cammelli. Rimane l'ossessione figurativa per la Balena, declinata agli esordi della sua carriera sulla superficie della carta e della tela e nei lavori successivi con una tecnica a metà tra il bassorilievo e la pittura o come ricostruzione di un calco sedimentatosi nei millenni, e qui invece rappresentata nella sua struttura ossea, grosso scheletro o silhouette bidimensionale imprigionata in una selva di pali di ferro. Per Salvatore la Balena è dotata di una carica archetipica, all'interno della quale egli si muove cercando di aggiungere, in ogni nuova opera, un elemento che ce ne trasmetta la forza senza mai arrivare ad esaurirla. Anche le serie rivisitate dei Cavalli e dei Mestoli introducono i visitatori in una sorta di dimensione arcaica e mitologica, dove gli oggetti, dotati del senso delle cose alla loro prima apparizione nel mondo, sembrano appartenere a un passato lontanissimo, ma ancora capace di agire sulla memoria suscitando ricordi ancestrali.
Nel passaggio dalla pittura alla scultura, l'artista, figlio di una terra di vulcani e di dei che padroneggiando il fuoco forgiavano le armi, ha lasciato che scorresse liberamente quella vena che lo ha portato a privilegiare nelle sue opere il metallo, materia che più di ogni altra rimanda alla fucina e allo sforzo del lavoro manuale e della quale cerca di cogliere le possibilità espressive, che si tratti di ferro naturale o rugginoso, di bronzo lucido o ancora di acciaio satinato, all'interno di una ricerca interessata anche all'aspetto più propriamente cromatico della materia utilizzata nell'unione con la forza del colore nero, sia esso lucido e riflettente o assorbente e opaco.