Nicole Krauss e il passato che non torna

Nel romanzo d’esordio «Un uomo sulla soglia», l’autrice di «La storia dell’amore» esplora un universo senza memoria. E convince solo a metà

Cosa accade a una persona adulta che di colpo perda la memoria e conservi soltanto i ricordi dei suoi primi dodici anni di vita, avendo cancellato del tutto quello che è successo nel quarto di secolo successivo? È quanto capita al protagonista del primo romanzo di Nicole Krauss, la celebrata autrice de La storia dell’amore, in Un uomo sulla soglia (Guanda, pagg. 294, euro 15).
Samson Greene è un professore di letteratura alla Columbia University di New York, vive nell’Upper West Side con la moglie Anna, e improvvisamente viene trovato a vagare in stato di incoscienza dalla parte opposta degli Stati Uniti, nel deserto del Mojave, dimentico di chi sia e di come sia arrivato lì. Gli viene asportato un piccolo tumore benigno, che non ha intaccato le sue capacità generali, ma ha cancellato tutti i suoi ricordi e le sue esperienze, creando un quadro clinico anomalo e inspiegabile, per cui egli non ricorda assolutamente nulla di quanto è capitato a sé e agli altri negli ultimi ventiquattro anni.
La Krauss parte da qui per seguire dall’interno il doloroso percorso di Greene. Al suo fianco c’è una moglie che gli è diventata un’estranea, la quale a poco a poco affonda nella disperazione di non poter riavere l’uomo che conosceva, e che egli si duole di non riuscire ad amare, ma soprattutto a comprendere nella insuperabile difficoltà di relazione che la donna incontra con lui. Il libro, in questa prima struggente vicenda, è una meravigliosa storia di amore, perdita e nostalgia. Chi legge è portato a interrogarsi di continuo su come potrebbe essere la propria vita dopo un evento del genere, e su come si riuscirebbe a reggere un’esistenza liberata dalle sofferenze e dai rimpianti che abitano nella memoria, ma popolata di vuoti e di dubbi. Perché senza i ricordi, il passato, e soprattutto le parole per raccontarlo, secondo la Krauss non si può essere niente.
Samson si aggira per New York cercando di ricostruire la geografia cittadina, cerca il suo studio in università, rivede qualche amico, ma tutto è perso, distante, e non gli appartiene. Lo scuote la telefonata di uno scienziato che è venuto a conoscenza del suo caso: costui gli chiede di partecipare all’azzardato esperimento al quale lavora in un blindatissimo centro sempre nel deserto in Nevada, dove si registrano i ricordi di alcuni volontari per cercare successivamente di impiantarli in altri individui e renderli quindi memoria comune.
Greene senza porsi troppi interrogativi sceglie di partecipare, alla ricerca di un’uscita qualsiasi dallo stallo in cui si trova. Il risultato finale delle prove per lui sarà quello di entrare in possesso di un ricordo altrui non proprio piacevole, un esperimento atomico di alcuni decenni prima nello stesso deserto (deserto che ricorre di continuo nel libro e che con la sua assenza di tutto sembra fare da contrappeso alla potenza della memoria). Samson si sentirà sempre più avvolto nella solitudine, laddove il fine della sperimentazione dovrebbe essere quello di trovare una chiave scientifica per dotare di maggiore empatia gli esseri umani e renderli pienamente partecipi delle esperienze altrui.
Il romanzo, che vale per l’originalità e la costruzione della storia, in questa seconda parte perde molto del fascino iniziale. Si conclude con la ricerca da parte di Samson del luogo in cui è sepolta la madre, morta alcuni anni prima. Della sua scomparsa egli non ricorda evidentemente nulla e ha continuato ad interrogare la moglie, provando la sensazione di averle fatto un torto, come lui si fosse scioccamente distratto mentre la madre se ne andava. L’elegiaca scena finale, ai piedi dell’albero sotto il quale si trovano le ceneri della donna e di fronte al quale Samson trova la redenzione, è un capolavoro di poesia.
Peraltro è dalla poesia che proviene questa giovane scrittrice, già giovanissima allieva di Brodskij, e ogni parola che utilizza è misurata, riascoltata mille volte, precisa all’inverosimile. Peccato però che la storia, nelle intenzioni dell’autrice un inno all’empatia prima ancora che ai ricordi, come àncora di salvezza per il mondo, non susciti empatia per l’intero percorso: dopo un inizio travolgente, e la possibilità di comprendere piuttosto bene le angosce di Greene, dal momento in cui il racconto si sposta nel regno della science fiction e si popola di personaggi un po’ troppo macchiettistici, primo fra tutti lo scienziato che sembra disegnato per un B-Movie, diventa piuttosto deludente, se non proprio freddo.
La Krauss non perde in nessun momento la sua grandiosa capacità di scavare all’interno dei personaggi e coglierne ogni più sottile piega psicologica, ma per chi conosce l’incanto de La storia dell’amore, questo non può che restare un incoraggiante debutto.