Nicole: «Il mio nudo serve a raccontare un mondo di purezza»

Un centinaio di manifestanti protesta davanti all’Auditorium

Cinzia Romani

da Roma

E questa bambolina lunga lunga, con la pelle di porcellana e gli occhialetti da presbite, in garbato tono con la camiciola rosa antico sarebbe la stessa persona, appena vista come mamma l’ha fatta, in Fur, film dove peraltro lei, nel ruolo della fotografa Diane Arbus, si china a rasare un ipertricotico, con tanta passione e sette pennelli da barba, intanto che a casa l’aspetta un fior di marito e due figlie carine? Devono esserci varie Nicole, dentro la signora Kidman, se da una parte la prima diva della Festa si presenta compunta e rigidina all’appuntamento con un manipolo di gazzettieri prescelti, incarnazione perfetta della star professionista con doppia vera di diamanti e, dall’altra, il nasetto appuntito freme ogni volta che parla di cose delicate come amore, sesso, perversione, Joyce e via approfondendo.
Signora Kidman, ha provato imbarazzo nel girare le scene di nudo integrale?
«No, perché servivano a illustrare qualcosa di spirituale».
E che cosa?
«Il mondo di Diane Arbus è fatto di purezza. Non si può giudicare il fatto che lei cercasse di esplorare i suoi desideri. Da bambina, desiderava conoscere molte cose, rimanendo devastata dal non averlo potuto fare. Il mondo di Diane non era malato. “I veri mostri sono gli aristocratici”, usava dire. Questa frase mi ha indotto a girare il film. Inoltre colleziono le sue foto, ma anche di Lee Miller».
Anche lei, da bambina, esplorava l’ignoto come la sua protagonista?
«Ho patito l’educazione rigida di mia madre. Teneva molto a che fossi riservata, parlassi poco, soprattutto con le persone che non conoscevo. A quindici anni ero una spilungona con la testa riccia e rossa e... quante me ne dicevano... Essere attrice mi permette, finalmente, di elaborare quel che, altrimenti, non potrei esprimere».
Per la seconda volta, dopo The Hours, dov’era nei panni della scrittrice Virginia Woolf, interpreta una suicida. Le personalità autodistruttive l’attraggono?
«Mi piace rappresentare un tipo di donna non conformista. Per me non esiste l’equazione: creatività femminile estrema uguale suicidio. Nella mia vita ho incontrato più volte la morte di persone care e temo questo, più della mia stessa fine. C’è molta parte di me nei miei personaggi estremi».
A vederla, comunica un’idea di persona precisa e affidabile, non proprio trasgressiva...
«Come tutti, ho dentro una lotta tra quel che sono e quel che gli altri pensano di me. È intrigante, però. È bello poter avere questo luogo, dentro, dove non ti senti sicuro».
Qual è il suo regista ideale?
«Uno che mi sappia dirigere con mano ferma e che sia ossessivo. Tornerei pure a lavorare con Lars von Trier, a proposito di ossessivi. Però non in un altro Dogville. Per me, l’attore deve perdere il controllo: avere una voce dominante è bello».
È vero che ha rinunciato a girare The Lady from Shanghai, per non stare lontana dal suo secondo marito, il cantante Keith Urban?
«Sì. Avrei dovuto stare sempre appesa al telefono, tra la Cina e Nashville, dove viviamo Keith ed io e dove faccio vita rurale, vado a cavallo... Per il futuro, vorrei girare sempre di più piccoli film astratti. Avevo una sceneggiatura fantastica di David Hare, ma è tutto fermo perché mancano i soldi».
Il tema della fedeltà sessuale, dopo Eyes wide shut, film di Kubrick che pare sia stato causa di divorzio da Tom Cruise, torna in Fur. Lei che idea se ne è fatta?
«È più semplice il discorso sulla fedeltà sessuale, mentre cuore e mente restano intangibili. Ma fino a che punto spingersi? Lo dice anche James Joyce, in una sua composizione: a volte scopri cose, sulle persone, alla fine della loro vita, che ti fanno cambiare idea su di loro. Ed è affascinante, choccante».
Ha qualche film in vista?
«Girerò una storia d’amore, di sapore epico, con il regista di Moulin Rouge, Baz Luhrmann: uno che mi conosce bene. Si ambienta in Australia e cercheremo di esprimere qualcosa d’importante sul mio Paese».